...era dietro casa mia, giuro, legato a un palo della luce. Era là da almeno 6 settimane, con cagate di piccioni incorporate e la signora del basso accanto che urlava a proposito del fatto che il motorino le occupava "il parcheggio" da più di un mese e mezzo e che, quando sarebbe tornato il marito, me lo avrebbe aizzato contro... Ho dovuto giurarle che me lo avevano rubato...
E' successo questo: un mese fa ho preso per l'ultima volta il motorino dal garage abusivo in affitto che avevo vicino casa mia, il giorno prima di ricevere una telefonata da Irvine Welsh (che però aveva sbagliato persona). Poi, a quanto io ricordi, l'ho parcheggiato nel parco di mia mamma, dall'altro lato della città. Ieri mattina vado a casa di mia mamma e il motorino di merda non c'è più. Allora penso: vuoi vedere che per un lapsus da drogato figlio di puttana l'ho lasciato nel garage abusivo in affitto e ho dimenticato di prenderlo? Vado nel suddetto garage e, ovviamente, trovo i sigilli della polizia con su scritto "Locale posto sotto sequestro". Il proprietario è introvabile, forse suicida, forse più probabilmente in galera. E io non saprò mai se il mio bello Sky nero con bauletto, paravento graffiato e adesivi con il cane che alza il dito medio, sia stato rubato o sequestrato. Per di più ho appena perso 16 euro di merda a tombola, perché i miei parenti c'hanno il culo grande "al punto tale da farci entrare la Queen Mary ed avere ancora spazio perché passi la processione del venerdì santo" (per citare Bukowski).
La cosa più importante comunque non è questa, ma è che il romanzo italiano purtroppo è in declino. Il gioco di specchi, il rimando al linguaggio televisivo, la frammentazione dell'io e tutte le altre stronzate postmoderne ormai non attecchiscono più nemmeno sulla narrativa americana: il pubblico vuole il genere, le grandi narrazioni da fiction o l'epica. E noi in Italia abbiamo da un lato chi se ne fotte e continua a scrivere quello che gli pare (romanzieri quattordicenni, romanzi d'amore, romanzi sul lavoro interinale, romanzi su quanto era bello quando eravamo giovani e felici, romanzi su come la mia anima è grande perché io son un grande artista eccetera) e dall'altro lato chi si fa portavoce della grande epica e della grande fiction poi però scrive cacate. Al centro ci sono i critici che giustamente criticano la situazione ed urlano "non ci sono più i grandi scrittori, non ci sono più gli intellettuali, non ci sono più le stroncature critiche", salvo poi proporre come modelli di modernità per il "romanzo contemporaneo del duemila": A) Scrittori morti più di cinquant'anni fa; B) Scrittori morti più di centocinquant'anni fa; C) Dante; D) Sé stessi; E) I propri figli quattordicenni che scrivono teatro, poesia o narrativa con editori a pagamento.
La letteratura è una cosa seria, ma c'è chi la prende troppo sul serio e chi non la prende affatto sul serio.
Che vita di merda.
Meno male che sto ascoltando Freddie Hubbard alla tromba e mi sto ubriacando e dicendo parolacce a ripetizione. Cazzo.
C'era un dramma di Sarah Kane che s'intitolava proprio così. Ogni volta che resto sveglio fino a quest'ora mi caco sotto perché penso di stare diventando psicotico. L'unica cosa positiva è che quando sei sveglio fino a tardi smaltisci i postumi della fattanza, riesci a scrivere sulla tastiera e ti svegli la sera dopo abbastanza fresco. Il problema è che ti svegli DI SERA e quindi ricominci daccapo. In ogni caso il duetto tra Freddie Hubbard e Woody Shaw è una cosa ce la potresti risentire un miliardo di volte. Pure più di Coltrane. Quando li sento suonare mi viene voglia di piantarla col jazz.
The Complete Freddie Hubbard and Woody Shaw Sessions
15 August, 1995
di Marco Ciriello
Lisbona. Le scale della metropolitana hanno il respiro dei poveri e la puzza di piscio di chi ci passa la notte. È quello il primo odore che senti, poi alzi gli occhi e leggi: “Cais do Sondré”. Il secondo è un pensiero per la vita silenziosa della città. Ti muovi con familiarità, non devi fuggire dall’istante, c’è una tranquillità per le strade mattutine che sfiora la finzione. Ha rampe che ti consegnano al mare rubandoti il fiato e vicoli che ti inchiodano al realismo delle voci sui muri: “o estado rouba, rouba ao estado”. Quando vedi un tram, vecchio, giallo, stinto, spuntare dalle spalle di un palazzo piastrellato d’umido: arrancare e presentarsi semplice e stupido alla ripetizione del suo tragitto, non puoi che sorridere della sua certezza: c’è e ci sarà ancora. Rassicurante come una preghiera. I tram attraversano ignari piazze immobili per il piacere dei turisti, sospesi in mezzo alle morbide piogge di questa città, orfani nella notte, girano per tranquillizzare. Lisbona ha un ritmo lento, per questo se li è tenuti, ha strade piene di luce e cieli trasparenti sul silenzio, spesso rotto dalla gente che urla a testa alta. In molti parlano soli. Seduti, composti, vecchi biglietti della sorte fra le mani o in tasca, fumano cattivo tabacco e puzzano di fritto i pazzi lisbonesi. Li puoi trovare seduti alle fermate dei tram o alle scale della metro, hanno tutti la faccia stanca, molti giorni di pietà in arretrato, e al pari dei tram riempiono le strade aspettando che finisca il giorno. Città tagliata col coltello, si mostra in disordine senza vergogna, sporca di cuore. Ha palazzi d’azzurro porcellana e finestre bianche, squadrate case che registrano luce e sguardi, calore, spazi stretti che diventano salite e selciati, e terrazze con panchine che ci passeresti la vita a guardare di sotto una smorfiosa cattedrale senza tetto, l’immenso spazio d’una piazza o una nave: pettine dimenticato in mezzo all’acqua. Qui si rischia la pigrizia di un sepolcro se lasci vincere l’anima. La ruggine, ombra ruffiana del tempo, accompagna i passi dei turisti. Le insegne sbiadite delle pasticcerie e le loro vetrine che sembrano strade dell’est fanno il paio con la malinconia dei giorni che s’accorciano e le facce da madonne tristi che hanno le portoghesi.
In metropolitana, invece, vedi le città da dentro, senza palazzi, solo gente e gallerie, e storie, come quella che racconta a una sua amica la donna salita a “Baixa-Chiado”. Dice di aver trovato uno che vendeva giornali d’epoca, comprato un quotidiano con la data di nascita del suo amore: quel giorno di marzo del ‘56 si annunciava la prima traversata di non so che cima della terra del fuoco. O la ragazza angolana che – prima di scendere alla fermata di “Martim Moniz” – dice alla sua vicina di posto che oggi ha fatto i conti con la polvere e le ragnatele della casa dove lavora, e quando accenna alla sua vittoria sui ragni: ride rumorosamente, davvero contenta, come se avesse sconfitto Carlo Magno. Sulle pagine de o “Público” il sociologo Antonio Barreto racconta come sono cambiati i portoghesi negli ultimi anni, e seppure in movimento siano rimasti religiosissimi e orgogliosi della propria identità ma a un livello di vita ancora molto basso rispetto alla media europea. Alla fermata “Rossio” c’è un azulejos di una donna in fuga fino a scomparire dietro la linea delle piastrelle che tutti fotografano, e accanto una immagine di un’altra donna, stropicciata, quasi avesse pagato il passaggio. Prima dell’uscita un arabo vende chincaglierie e poco più in là un cieco elegantissimo intona una nenia ogni volta che una moneta risuona nel contenitore di plastica giallognola ai suoi piedi. Alla fine della strada da un furgone verde viene fuori la voce di Amália Rodrigues che canta fado sommergendo la voce del cieco. Uscendo ad “Alameda” si spunta in un bel parco pieno di gente. C’è sole caldo e molti clochard stesi a terra. Un glabro ciccione è il padrone dell’enorme fontana che chiude il lato piccolo del parco con i suoi cavalli di pietra. Disteso, pancia all’aria, si gode la bella giornata. Poco distante un nero seduto su un mucchio di cartoni recita la parte del cattivo, urlando cose incomprensibili a quelli che corrono in tondo, chiude: un sassofonista biondo e barbuto che suona Louis Armstrong. Alla fermata successiva “Olaias”, si esce di fronte a due campi nuovi di zecca, uno di rugby: vuoto, e l’altro di calcio, pieno zeppo di ragazzini che sognano Cristiano Ronaldo. Il più bravo ha una vecchia maglietta di Saviola, calciatore argentino, promessa non mantenuta, e agli altri proprio non riesce di marcarlo. Si riparte in compagnia di giovani tedesche, super attrezzate, hanno guide e mappe e telecamere. Mentre sfilano le stazioni di: “Bela Vista”, “Chelas”, “Olivais” e Cabo Ruivo: pura periferia, si ha l’impressione che tutti filmino le stesse cose che poi finiscono su You Tube, quasi a voler giustificare che hanno vissuto, viaggiando. E osservando le ragazze tedesche: più che fotografare o filmare, sembrano intente a controllare che tutto corrisponda alle guide, perdendo quelle poche ore di gioia che un posto regala a chi gli è estraneo. C’è una pagina di Pessoa dove racconta del più grande viaggiatore conosciuto: un garzone che passava dal suo ufficio, instancabile collezionista di dépliants pubblicitari di città. Un voyeur di cartine geografiche e illustrazioni di paesi lontani. Si faceva dare dalle agenzie di viaggio le guide a nome di un ipotetico ufficio. Aveva opuscoli pubblicitari delle rotte navali dal Portogallo all’India, all’Italia, fino all’Australia. E l’aspetto che lo divertiva maggiormente era che il ragazzo conosceva esattamente per quali ferrovie si andava a Parigi o a Londra, e la sua pronuncia sbagliata di posti lontani li rendeva ancora più misteriosi e interessanti, finendo per avere un mondo tutto immaginifico e distorto dai propri desideri. Tra il garzone di Pessoa e le ragazze tedesche c’è la differenza che passa fra l’innocenza di uno sguardo bambino e la corruzione di uno adulto, non a caso Wim Wenders si poneva una questione molto simile girando “Lisbon Story”, finendo per affidarsi alla casualità dello sguardo. Quando si arriva nella nuova stazione “Oriente” opera di Santiago Calatrava, si precipita in una storia di Moebius: gli ascensori tondi e trasparenti che attraversano le arcate in cemento a vista, procurano un salto temporale per chi viene dal centro della vecchia Lisbona, piastrellata, colorata e decadente. Attraversando la stazione con la sua cresta d’osso da dinosauro, il centro commerciale e le opere di architettura di un vecchio expo, si guadagna la vista del fiume Tago. Qui c’è l’unico posto dove la città non esiste e perde completamente il suo fascino, diventando un altro mondo: l’oceanario. Però, dentro i bambini, e forse anche gli adulti, provano sentimenti in modo naturale verso una specie diversa. Ponendosi curiose domande del tipo: come è strana la vita dei pesci? che memoria hanno? c’è stato un tempo lontano che ci apparteneva? Lo scivolare nell’acqua dei pesci è amplificato fino a diventare il suono guida nell’edificio, grandi e piccoli ne seguono imparzialità e soggettività, capriole e cambi di rotta, e i loro occhietti a palla, incavati o anche introvabili, diventano oggetto di discussioni. Che poi vedere in una cosa più di quello che lei stessa vede: è non vedere nulla. L’interesse è per un piccolo, sottile, pesce zebrato dall’andatura sbilenca, e sulla gobba: riflessi dorati. Quando abbandona il suo lato dell’acquario e si abbassa fino a scomparire, sembra una navicella che affonda, portandosi via anche questo vago giorno lisbonese.
(da IL MATTINO - 19/11/07)
Quando ero piccolo speravo sempre che da grande avrei fatto il bambino della pubblicità dei Kinder. A diiciott'anni, fu troppo tardi per capire che quello che volevo veramente era buttarglielo al culo, al bambino cogli occhi azzurri e i capelli biondi. Che poi quando sono finito a lavorare in un'azienda di web design (con sede a casa di mio cugino Abelardo) ho capito che quel disegno era fatto al computer. Solo che all'epoca non c'era photoshop e altre menate simili e il computer era in realtà il Commodore Vic 20 che funzionava con le cassette. Mio cugino Abelardo per sfregio si rubava le cassette coi giochi come The Last Ninja, Ghostubusters o Zorro e ci registrava sopra i rumori che fanno le persone che stanno copulando, del tipo: Aaaaahh... Eeehhh... Uh sì... Ggggghhhh... eccetera. Un giorno ho preso una cassetta, l'ho spaccata a metà, ho tirato fuori il nastro e gliel'ho attorcigliato attorno al pisello nel momento in cui lui me l'aveva appoggiato sulla spalla per farmi uno scherzo.
A me non piacciono i Kinder, preferisco il Lion, perché contiene uno strato di caramello che racchiude una croccante barretta infarcita di caramello mou. Un giorno mio cugino Abelardo mi ha chiesto se facevamo a gara a chi riusciva a mangiare più Lion, io ne ho mangiati 14 e lui 16. Dopo mezz'ora però ho iniziato a sudare, avevo il cuore che batteva forte e mi sentivo qualcosa nello stomaco: mentre correvo in bagno ho sentito una sostanza strana scivolarmi sulle gambe. Quando sono andato in bagno mi sono accorto che non era sangue né diarrea né pipì, ma era mio cugino Abelardo che mi aveva spruzzato per scherzo l'inchiostro finto nel pantalone. Allora mi sono incazzato, gli ho tirato un pugno nello stomaco e lui ha vomitato un Lion a forma di Kinder. Poi io ho compiuto 18 anni e sono iniziate le trasmissioni di Gad Lerner colla gente che in teoria vorrebbe mettersi col culo da fuori a dire "Lo vedi questo! in faccia, te lo metto!!!" ma in realtà dice "Signore... per cortesia... se lei mi lascia parlare...". E' per questo che mio cugino Abelardo ha installato a casa nostra una parabola per prendere anche i canali sporchi senza pagare.
A grande richiesta, torna un nuovo capitolo della saga di Francesco Kafka, investigatore napoletano e alcolizzato. Eccovi, à rebours, il racconto che decretò la genesi della fortunata serie che Ingmar Bergman, poco prima di morire, non esitò a definire "un capolavoro di rarefatta umanità che fa di Petrella la voce nuova di quell'underground pestone e cannaiolo che frequenta piazza del Gesù a Napoli". E intanto gli eredi di Kafka minacciano querela.
Me ne stavo lì, ciondolando davanti al City Hall da circa un’ora, quando la vidi arrivare. Bellissima, bionda e con due tette per cui avresti avuto bisogno di una guida o quantomeno di una mappa. Scese dalla macchina all’indietro e dalla gonna spuntavano i pizzi delle mutandine.
Belle mutandine. Rosse.
– Eeeeeeeeeeh! – si levò un gemito generale.
– Vecchi rattusi! – gridai io indignato con qualcosa che mi premeva all’altezza dei boxer.
– Venga, signorina, l’accompagno io. Non dia retta a questa massa di pervertiti.
– Ma lei chi è? – chiese disorientata.
– Oh, che sbadato! Permetta che mi presenti…
– Ma se gliel’ho appena chiesto io!
– Per l’appunto, permetta che mi presenti…
– Se non glielo volessi permettere, glielo avrei già detto. Mi dica il suo nome e basta.
– Perm… ehm… Kafka. Francesco Kafka.
– Ma lei balbetta? – replicò.
– Io? N…no, non che non ba… balbetto…
– Comunque non mi è nuovo questo nome.
– E certo che non le è nuovo!
Stavo per attaccare con la vecchia storia della mia carriera militare pluridecorata, ma lei mi batté sul tempo.
– Ah, ma certo. Francesco Kafka. Franz per gli amici, scommetto! Lei è il famoso cantante!
– In effetti mia madre mi chiamava Franz. Ma lei può chiamarmi co-me vuole. Sa, lei assomiglia così tanto alla mia povera mamma…
– Oh, mi dispiace, è morta?
– No, è povera. Ma molto povera. Così povera che quando esce di ca-sa i mendicanti le fanno l’elemosina.
– E’ vecchia, Franz.
– Come fa a saperlo?
– La conoscevo già.
– E quando vi siete conosciuti?
– Che fai, prendi per il culo?
– No, anche se mi piacerebbe molto…
– Ah, in questo caso…
– Posso accompagnarla dentro?
– Dammi del tu. Comunque il mio nome è Stohne. Sharon Stohne.
– Ah, certo. Sharon Stone. Come l’attrice?
– Con l’acca.
– Strano, pensavo li portassi al naturale…
E così dicendo entrammo al City Hall, il locale più figo della città. Io e Sharon Stone. O Stohne, non avevo ben capito.
Un'altra diavoleria tecnologica... se volete, da oggi potete lasciare un messaggio su "Radio Rabbiosa", audio, video (anche indirizzi sconci tipo quelli che si trovano in Autogrill, insulti e minacce etc.). Basta cliccare su quella roba strana della colonna di destra che si chiama Wengo Vision o qualcosa del genere. L'u8nica cosa è che dovete avere un microfono e, eventualmente, una webcam. Sì, lo so, è tempo di vacanze e dovrei far riposare un po' le cerevella arrepezzate & roventi...
Roma, 27 lug. - "Era solo un bacio". Cosi' Roberto L. commenta la brutta avventura di ieri sera quando, mentre passeggiava con Michele M., il suo ragazzo, e' stato fermato da una gazzella dei Carabinieri, portato in caserma e denunciato per atti osceni in luogo pubblico. Per un semplice bacio. "Era una bella serata- spiega Roberto, ventisettenne romano 'de Roma'- avevamo fatto una passeggiata per aperitivi e poi avevamo raggiunto degli amici al 'Coming out', poi intorno all'una e mezza abbiamo deciso di tornare a casa, Michele la mattina lavora". Raggiungendo il motorino i due ragazzi decidono pero' di fare un'ultima passeggiata, complice la serata calda, la luna e il paesaggio suggestivo del Colosseo. "Mentre passeggiavamo ci siamo abbracciati e io l'ho baciato- spiega Roberto- un bacio 'focoso', e anche un bacio sul petto, niente di piu'. All'improvviso ci ha illuminato un fascio di luce, ci hanno chiesto i documenti e poi siamo rimasti fermi, sul muretto, ad aspettare". Intanto passano 20 minuti e Michele, un po' spaventato chiede spiegazioni: "Semplici accertamenti", rispondono i carabinieri, che intanto vengono raggiunti da altri colleghi, per un totale di sette persone e tre auto dei carabinieri. "A quel punto ci hanno perquisito- spiega Roberto- cosa insolita considerando che non avevamo niente che fosse fuori posto: pantaloni allacciati, cintura a posto e maglietta indosso".
Ecco la città della tolleranza (sindaco Veltroni)...
Questo è un post puramente di sfogo. Cazzo, ho una colica renale in corso ed è la cosa più maledettamente dolorosa che possa esistere in natura. Ne ho passate di tutti i tipi, dalla doppia frattura a un alluce in 1 settimana alla lussazione del braccio, al mal di denti, alal ferita da arma da fuoco. Ma questa roba è il peggio che possa esistere. E' il dolore che si prova a Dite, come direbbe Dante (Dante Esposito, non Alighieri, è il tizio che porta la spesa a domicilio vicino casa mia). Auguro a chi mi ha messo gli occhi addosso che la notte in casa sua entri un cazzo di corvo e gli strappi le palle da sveglio... O forse più semplicemente dovrei smetterla di fare 'sta vita sedentaria del cazzo. Comunque ho già bevuto 4 litri d'acqua e sono più pieno di un tacchino. C'è qualcuno che mi ha detto: "curati l'anima con la poesia". Ma vaffanculo!
Nella tetra città postfordista
il lume della ragione
del credo illuminista
rimpiango col magone
di chi rimpiange il senso
perduto nella lotta
(se mo’ stai sotto botta,
dopo aver sgozzato il fumo meglio accendere l’incenso):
O Luminol
quando m’illumini d’immenso
sto più sotto che col Roipnol
è sempre lo stesso il mio censo:
borghese con tendenze progressiste
che nell’arco parlamentare risultano sinistre.
O Luminol lumineo, lumineo Luminol,
la macchia di sangue sortita dal naso
(mi scaccolavo, non farci caso)
scoppia, come prova, più presto d’una Big Babol.
Illustraci la via, luminoso Luminol,
tu che hai il potere di fare gol
in zona Cesarini,
toglici dai casini,
portaci con te nell’empireo
a girare un porno coi cherubini in video.
Luminol,
illumina l’uomo umile
immune dal nume inutile,
rinomina i nomi omonimi
mondati da mani anonime
tu che brilli nel cielo, Luminol,
più che la scala dorica di Sol.
Daniele, Alfonso, Andrea, Enzo, Luciano. Sono gli ‘A67, la rockband dell’universo Scampia che nasce all’insegna del meticciato e della contaminazione: a partire dagli arrangiamenti e dal sound che unisce blues, funky e rock, ad arrivare ai testi e alle tematiche che recuperano la migliore eredità dell’hip hop – uno slang che scava sotto la pelle, una cronistoria della strada, senza compromessi, che racconta il quotidiano visto dalle «vetrine dell’Impero», come cantano gli Assalti Frontali, non a caso uno dei riferimenti principali della voce degli ‘A67. La band ha esordito, raggiungendo subito un grande successo, proprio nei momenti più caldi della faida nella zona a nord di Napoli, il luogo in cui «chello che esiste è ‘a legge d’‘o camorrista, manco Dio esiste, nun se contano ‘e muorte». Il disco d’esordio della band, in questo senso, ha aperto una stagione di riflessione e di denuncia sull’abbandono della periferia e sulla “delega” nei confronti della camorra che lo Stato opera nei quartieri poveri, come sottolinea Amato Lamberti, uno dei principali analisti del fenomeno criminale nel meridione.
Non è un caso che il nuovo progetto degli ‘A67, ovvero portare il disco A camorra song’io nelle scuole, riceva il contributo di alcune tra le migliori intelligenze spese a favore della legalità e per la lotta contro tutet le mafie: dal già citato Lamberti a Roberto Saviano, a Nando dalla Chiesa, grazie anche al patrocinio di Libera e di Amnesty International. Il tour svoltosi per le scuole di molte città italiane, “scomode” e meno, si concluderà a Napoli il prossimo 11 giugno con un concerto assieme ad alcuni gruppi ben radicati nel panorama musicale napoletano: Bisca, Zulù, Francesco Di Bella e i Letti Sfatti.
Da una città in cui «il vento si è portato via il senso» parte un messaggio semplice: si può portare anche nelle scuole, tra i giovani – così spesso accusati di conformismo e indifferenza – un certo modo di parlare e suonare, sottolineando che la musica deve utilizzare il suo potenziale per illustrare anche i lati scomodi della società, i luoghi oscuri della realtà, le difficoltà della vita ai margini. Dare voce a chi non ne ha, informare in modo non giornalistico, un mini cd distribuito liberamente agli studenti in cinquemila copie: il tutto «per riflettere sulle connivenze quotidiane, sul camorrista che c'è in ognuno di noi, perché è prima di tutto un problema di mentalità, profondamente radicato nel tessuto sociale».
Dicono che tutti i giorni dobbiamo mangiare una mela per il ferro e una banana per il potassio. Anche un'arancia per la vitamina C e una tazza di thè verde senza zucchero, per prevenire il diabete. Tutti i giorni dobbiamo bere due litri d'acqua (sì, e poi pisciarli, che richiede il doppio del tempo che hai perso per berteli).
Tutti i giorni bisogna mangiare un Actimel o uno yogurt per avere i "L. Cassei Defensis", che nessuno sa bene che cosa cavolo sono, però sembra che se non ti ingoi per lo meno un milione e mezzo di questi bacilli (?) tutti i giorni, inizi a vedere sfocato.
Ogni giorno un'aspirina, per prevenire l'infarto, e un bicchiere di vino rosso, sempre contro l'infarto. E un altro di bianco, per il sistema nervoso. E uno di birra, che già non mi ricordo per che cosa era. Se li bevi tutti insieme, ti può dare un'emorragia cerebrale, però non ti preoccupare perché non te ne renderai neanche conto.
Tutti i giorni bisogna mangiare fibra. Molta, moltissima fibra, finché riesci a cagare un maglione. Si devono fare tra i 4 e 6 pasti quotidiani, leggeri, senza dimenticare di masticare 100 volte ogni boccone. Facendo i calcoli, solo in mangiare se ne vanno 5 ore. Ah, e dopo ogni pranzo bisogna lavarsi i denti, ossia dopo l'Actimel e la fibra lavati i denti, dopo la mela i denti, dopo il banano i denti... e così via finché ti rimangono dei denti in bocca, senza dimenticarti di usare il filo interdentale, massaggiare le gengive, il risciacquo con
Listerine...
Bisogna dormire otto ore e lavorare altre otto, più le 5 necessarie per mangiare, 21. Te ne rimangono 3, sempre che non ci sia traffico. Secondo le statistiche, vediamo la tele per tre ore al giorno. Già non si può, perché tutti i giorni bisogna camminare almeno mezz'ora (per esperienza: dopo 15 minuti torna indietro, se no la mezz'ora diventa una).
Bisogna mantenere le amicizie perché sono come le piante, bisogna innaffiarle tutti i giorni. E anche quando vai in vacanza, suppongo.
Inoltre, bisogna tenersi informati, e leggere per lo meno due giornali e un paio di articoli di rivista, per una lettura critica.
Ah!, si deve fare sesso tutti i giorni, però senza cadere nella routine: bisogna essere innovatori, creativi, e rinnovare la seduzione.
Bisogna anche avere il tempo di scopare per terra, lavare i piatti, i panni, e non parliamo se hai un cane o ... dei FIGLI???
Insomma, per farla breve, i conti mi danno 29 ore al giorno. L'unica possibilità che mi viene in mente è fare varie cose contemporaneamente: per esempio: ti fai la doccia con acqua fredda e con la bocca aperta così ti bevi i due litri d'acqua.
Mentre esci dal bagno con lo spazzolino in bocca fai l'amore (tantrico) al compagno/a, che nel frattempo guarda la tele e ti racconta, mentre tu lavi per terra.
Ti è rimasta una mano libera?? Chiama i tuoi amici! E i tuoi! Bevi il vino (dopo aver chiamato i tuoi ne avrai bisogno). Il BioPuritas con la mela te lo può dare il tuo compagno/a, mentre si mangia la banana con l'Actimel, e domani fanno cambio.
Però se ti rimangono due minuti liberi, invia questo messaggio ai tuoi amici (che bisogna innaffiare come una pianta).
Adesso ti lascio, perché tra lo yogurt, la mela, la birra, il primo litro d'acqua e il terzo pasto con fibra della giornata, già non so più cosa sto facendo però devo andare urgentemente al cesso.
E ne approfitto per lavarmi i denti....
SE TI HO GIÁ MANDATO QUESTO MESSAGGIO, PERDONAMI PERÓ É L' ALZHEIMER,
CHE NONOSTANTE TUTTE LE CURE NON SONO RIUSCITA A COMBATTERE........
...dei migliori trombettisti della storia del mondo (esclusi gli angeli dell'Apocalisse che, se suoneranno, suoneranno una tromba priva di pistoni e quindi tendenzialmente solo con gli armonici di Si bemolle).
Legenda (rispetto alla settimana precedente): *stabile - ^in crescita - #in discesa
1) Dizzy Gillespie *
2) Clifford Brown ^
3) Arturo Sandoval ^
4) Wynton Marsalis *
5) Miles Davis #
6) Lee Morgan ^
7) Fats Navarro ^
8) Louis Armstrong *
9) Don Cherry *
10) Roy Eldridge *