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Cop_infernoGianfranco Marziano
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ed. Ad est dell'equatore

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La mania dell'hip hop

Yeah140x180Systemania, ovvero «la mania sistematica di fare musica», come recita una voce nella traccia d’introduzione al loro disco di esordio. I say yeah! sarà infatti nei negozi a partire dall’11 aprile, per l’etichetta indipendente 1mLab. Un album che fin dalla copertina strizza l’occhio alla musica house degli anni Novanta: «il titolo del disco è l’esplicita citazione di una famosa hit di Stefano Secchi: con questo vogliamo richiamare l’attenzione sulla necessità di coinvolgere il pubblico, di intrattenerlo nello stesso momento in cui gli si comunicano concetti. Sebbene in maniera superficiale, la “spaghetti dance” ha avuto il merito di rendere partecipe un pubblico prima di allora inimmaginabile per l’Italia», dichiarano Ra’ e Sonny. I due componenti del gruppo – al secolo Raffaele Ammendola e Diego Nasuto – sono entrambi nati a Castellammare di Stabia all’inizio degli anni Ottanta: una terra nota per aver dato natali ad artisti come Annibale Ruccello, Raffaele Viviani o Luigi Denza, ma anche per aver visto proliferare grandi famiglie camorristiche. Eppure, i Systemania si sentono distanti dall’hip hop napoletano che narra di malavita e delinquenza, e non per una semplice ragione geografica. Piuttosto, in questo loro primo disco domina un modo del tutto peculiare di guardare al mondo e alla realtà che li circonda: «i Fuossera e i Co’Sang raccontano la marginalità dei quartieri periferici in cui vivono e i loro suoni risentono di quel realismo e di quella crudezza» dice Ra’, «anche noi raccontiamo quello che abbiamo sotto gli occhi: il conformismo e il silenzio della nostra provincia, in cui però può sempre trovarsi, scavando a fondo, un’umanità ricca di storie».
I say yeah! arriva dopo una lunga gavetta, che ha visto i Systemania partecipare ad Arezzo Wave e aprire i concerti per artisti quali Almamegretta, Cor Veleno, BiscaZulù e Colle der Fomento. I 19 brani dell’album parlano con freschezza di problemi quotidiani, di difficoltà di adattamento, della impossibile integrazione in una società diffidente e ostile. Il tutto senza urlare slogan o proclami, ma attraverso le voci di ragazzi, sondandone la psicologia e disegnando scenari che spaziano dalla superficialità delle feste borghesi alla solitudine delle camere da letto, dalla solarità dei paesaggi di costiera alla penombra delle periferie. Se vi è presente una critica ai costumi o alle caratteristiche proprie della società meridionale, questa viene condotta sempre attraverso la satira e l’autoironia, le armi più efficaci in quanto capaci di fissare il malessere sociale dall’interno, dalle implicazioni psicologiche di chi ne sortisce gli effetti. Il brano intitolato M.E.F. – acronimo per Mast’ ‘e fatica – ne è un esempio. Al ritmo di un ragamuffin vorticoso, con bassi che rimbombano nello stomaco prima che nei timpani, vengono narrate le disavventure di un garzone al servizio di un datore di lavoro preoccupato solo di aumentare il proprio fatturato. È una tipica storia del Sud: niente contratto, orario impossibile e nessuna tutela sul lavoro. Ma all’argomento sociale non corrisponde nessuna disperazione nel testo del brano, che alterna l’inglese sgangherato dei cori alle rime scanzonate dei versi: «tieni troppe spese, per questo mi tieni a nero: / c’è la Multipla di nonna, la pelliccia di tua mamma, / il figlio di tua figlia (ma quello è un fuori programma)».
Siamo lontani dunque dal gangsta rap così come dall’epoca delle posse, in cui la musica era messa a servizio della narrazione politica, dei movimenti, delle rivolte studentesche. I Systemania guardano molto più indietro, ritornando alle origini, quando la musica nasceva in funzione delle feste e il ritmo era valutato innanzitutto a partire dalla sua “ballabilità”. Come è noto, le basi del rap sono ottenute trasformando campionature prelevate da vari generi musicali. Se la vecchia scuola dei Public Enemy o dei Run DMC utilizzava porzioni di musica funky, i Systemania utilizzano una moltitudine di generi differenti: house, elettronica, reggae e ragamuffin, con una predilezione per quest’ultimo, la cui velocità ritmica rende la musica decisamente ballabile. Alla contaminazione sonora contribuisce tra l’altro la collaborazione di molti artisti: dai conterranei Frankie Flow e I Pennelli di Vermeer agli stranieri Mc Deux, Vidda e Vito Eme. Sul fondo, però, domina sempre un forte influsso della melodia, che è inscritta nel dna italiano e soprattutto meridionale: «la musica deve coinvolgere il pubblico. Gli argomenti duri e sconvenienti non devono per forza essere accompagnati da basi pesanti o lugubri: un esempio per tutti è quello di Bob Marley, che poteva parlare di schiavitù e di soprusi costringendo la gente a ballare», dichiara Sonny.
Yeah2140x180Ma accanto al ritmo accelerato, nel disco non mancano brani lirici e ballate, testimoni della maturità dei Systemania, che pur sono appena agli esordi discografici. È il caso innanzitutto di Stanotte nun riesco a durmì e Runaway, vero e proprio diario della impossibile fuga di un adolescente dalla propria realtà. Ma è anche il caso di Ale, forse la traccia più bella dell’album, dove su un beat che ricorda i brani migliori de La famiglia viene narrata la storia di una ragazza incinta, abbandonata dal proprio compagno. In tre fasi differenti, assistiamo al concepimento, al parto solitario e ai primi pensieri del neonato, venuto alla luce già con la consapevolezza di ciò che lo attende: «M’hanno parlato ‘e forme, culure, ma che sarranno? / M’hanno raccuntato ‘e tutte ‘e llacreme che ha perso mamma. / M’hanno vuluto e chesto è ‘o munno: ma senza sorde, / saje c’‘a terra de l’ammore poi addeventa ‘a terra d’‘a discordia».

[pubblicato sul CORRIERE DEL MEZZOGIORNO - 10/04/2008]

Napoli... serenata calibro 9

Napoli_serenata_calibro_9Il libro di Marcello Ravveduto, uscito pochi mesi fa per Liguori, colma una grossa lacuna nell’ambito della pubblicistica su Napoli. Tra i vari reportage e le tante inchieste, spesso ripetitive, mancava un testo che affrontasse a viso aperto uno dei fenomeni sociali più controversi degli ultimi anni: la musica neomelodica. Napoli... serenata calibro 9 affonda le mani nel pieno di quella “cultura dell’omogeneità”, ricostruendo con un taglio sociologico il contesto culturale in cui sono maturate canzoni come ‘Nu latitante, ‘O killer e Napule carcerata.
Il volume parte da una ricognizione storica, individuando nella sceneggiata di Mario Merola il ponte di congiunzione tra la musica napoletana classica e la canzone neomelodica. La sceneggiata infatti, a torto o a ragione, è interprete dei valori tradizionali, esprimendo vizi e virtù del popolo. Già la generazione successiva a Merola, con le canzoni di malavita di Pino Mauro e il partenopop di Nino D’Angelo, rappresenterà l’avvenuto salto nella “modernità”, traducendo in musica il sentimento delle generazioni cresciute nella sterminata periferia urbana. In effetti, è proprio la «cruda applicazione del funzionalismo urbano», come scrive Giuliano Amato nella prefazione, ad avviare un processo di separazione dei diversi strati sociali. A partire dal dopoguerra, l’eclissi dello Stato e la segregazione in cui versano molte zone cittadine, determina la nascita di veri e propri Quartieri-Stato in cui la mentalità camorristica egemonizza ogni forma di espressione popolare. Nasce la “napoletaneria” che, secondo una definizione presa in prestito da Raffaele La Capria, è una forma di esibizionismo degradante, una rappresentazione fine a sé stessa: «ogni quartiere realizza un’isola sociale e culturale staccata dal resto della città che viene vissuta solo come sbocco di consumo della produzione musicale locale».
In realtà, i temi cari ai giovani neomelodici non si identificano completamente con la mentalità camorristica e il culto dell’aggressività, ma guardano piuttosto alla vita quotidiana dei quartieri popolari: amori non corrisposti, marginalità sociale, difficoltà economiche, contrasti familiari ed omosessualità. Il vero problema è semmai la mancanza di un orizzonte critico: la musica neomelodica, immersa in uno scenario apparentemente moderno e in movimento, ripropone in realtà i valori e gli schemi immutati di una società chiusa. Chi scrive rime come «’E guagliuni ‘e ‘stu rione / quanno senteno ‘e canzoni / ‘Int’ ‘e machine importanti / cantano meglje d’‘e cantanti» non punta ad un pubblico eterogeneo, ma interloquisce solo con chi è capace di ascoltarlo in quanto vive in prima persona le storie raccontate.
Il problema centrale che emerge dall’analisi di Ravveduto è dunque lo stesso a cui l’autore accennava nel volume Le strade della violenza, scritto nel 2006 in collaborazione con Isaia Sales: l’assenza dello Stato, la mancanza di politiche di integrazione, la lontananza dei ceti dirigenti e degli intellettuali da una cultura popolare che è costretta a cercare altrove – in modo distorto – il proprio sostentamento. Non si spiega altrimenti il divismo dei cantanti neomelodici, accolti alle cerimonie o nelle feste di piazza come star televisive. Lungi dall’essere una genuina forma di neorealismo popolare, come scriveva Erri De Luca, la musica neomelodica rivela piuttosto «la capacità “plebea” di metabolizzare la modernità attraverso un pop etnicamente marcato» e rappresenta l’altro versante di una cultura del disagio, che troverà piena espressione in forme musicali più mature e critiche, quale innanzitutto l’hip hop degli anni Novanta.

[pubblicato su OSSERVATORIO SULLA CAMORRA - 03/04/2008]

Chuck Palahniuk (o come cazzo si scrive) a casa Petrella

Tuttacolpadidiodef[Un assaggio da un racconto tratto dall'antologia che trovate qui accanto: "Tutta colpa di dio", edito da Ad est dell'equatore, da oggi in libreria. Clicca per maggiori info]


AC|CÌ|DIA s.f. – avversione all’operare mista a noia e indifferenza
(DIZIONARIO DE MAURO PARAVIA)

Quest’inno si gorgoglian ne la strozza, / ché dir nol posson con parola integra
(DANTE, INF. VII)


1.
L’editore A est dell’equatore mi ha chiesto di scrivere questo racconto per l’antologia sui peccati capitali. A finale io gli ho risposto che normalmente mi caco il cazzo pure di respirare e lui mi ha detto: «Appunto, devi scrivere un racconto sull’accidia». Io poi ho aggiunto pure che in genere l’ispirazione mi viene solo se vedo, nell’ordine:

1) una carta da cento euro
2) una femmina
3) una bottiglia di whisky

Lui ha ribadito che l’antologia è una cosa importante, che girerà un sacco e venderà tonnellate di copie pure perché ci sta gente famosa, dentro, e ha aggiunto pure: «Guarda che la leggeranno un sacco di femmine», prospettandomi quindi chiaramente la possibilità di chiavare. Lasciando da parte la professionalità – che non ho voluto mettere in discussione per evitare di venire alle mani – ho fatto due più due e ho pensato che magari questa era la volta buona che trovavo una femmina a cui piace chiavare stando sopra. Il casino di quando chiavi è che infatti, se stai tu sopra, devi fare una fatica del diavolo. E alla mia ragazza piace stare sotto (infatti è un anno circa che non chiaviamo).
Risolto questo problema mentale, mi sono subito reso conto che ce n’era un altro e cioè che non avevo niente da dire, pure perché se uno volesse scrivere veramente un racconto sull’accidia in maniera onesta dovrebbe lasciare le pagine in bianco, così:










cioè, quello che voglio dire è che uno scrittore non è che può bell’e buono inventarsi una storia dal nulla. L’editore mi ha detto pure «Scrivi qualcosa di strano, di imprevedibile» e mi ha consigliato di rileggermi i romanzi di Chuck Palaniuk (o come cazzo si scrive). Questa cosa mi ha messo sinceramente in crisi. E infatti sono stato quasi quattordici minuti a scervellarmi davanti al computer. Poi mi sono accorto che era l’una di notte passata e ho acceso il televisore. Sull’uno c’era Marzullo che rompeva il cazzo, sul due c’era un telefilm di vent’anni fa, sul tre c’era Ghezzi che commentava un film di quando ancora non esisteva la televisione, il quattro il cinque il sei e il sette non si prendono bene perché dovrei far aggiustare l’antenna, e finalmente sull’otto, su una rete privata, ho trovato la tizia dell’144. Ho spento il computer e mi sono seduto sul divano.

2.
Il mio padrone se chiamma Angelo Petrella e dice che di lavoro fa ‘o scrittore. Secondo me invece di lavoro fa ‘o strunzo, pure pecché l’unica cosa che l’aggio visto scrivere in vita mia è ‘a schedina d’‘o superenalotto. Secondo me è pure ‘nu poco ricchione. Numero uno pecché ogni vota che si sceta ‘a matina mi viene vicino e mi accarezza sotto al collo, appunto, comme fanno i ricchioni; numero due pecché sta sempre, d’‘a matina alla sera, buttato ‘ncoppa a ‘nu divano senza fa ‘nu cazzo. Va dicendo in giro che gli piace giocare cu’ mme, ma non è ‘o vero: il massimo del gioco per lui è lanciarmi ‘na pallina ‘e tennis ca fa cchiù schifo ‘e isso mentre sta assittato ‘ncoppa ‘a tazza d’‘o cesso. Ma mica solo con me è accussì. Pure la guagliona, povera crista, quando torna a casa dopo aver faticato una giornata sana dint’ ‘o call-center e si butta sul divano sperando di chiavare, lo trova che o sta durmenno o sta guardando ‘a televisione. A me, si nun ce fusse ‘a guagliona che una volta ‘a semmana mi fa uscire per fare una passeggiata, mi troverebbero colla panza e col fegato schiattato: chillu curnuto infatti mi fa mangiare solo ‘e scatolette perché dice che sono più salutari. Ma quanno maje, ‘a verità è che se caca ‘o cazzo pure di pigliare gli avanzi dal piatto e buttarli per terra. E poi nun me fa maje uscire di casa; se qualcuno glielo fa notare, lui gli risponde cu’ ‘na cazzimma esagerata dicendo: «Vabbè, ma quello ormai il cane è adulto, se c’ha bisogno esce da solo». Sì, e ‘a porta come la apro: cu’ ‘e ccorna ca tieni?

Vampiri contro Golem

Lasciuttoelamarea994453Quando c’è il sole, anche se tira un vento forte, al porto di Pozzuoli sembra sempre estate. Il mercato del pesce e il viavai di auto che si imbarcano per le isole riempiono l’aria di suoni e odori. Passeggiando con Davide Morganti per i vicoli che delimitano il rione Terra, tra i cassonetti traboccanti di immondizia, sono tentato di chiedergli dove esattamente si collochino quelle «stradine laterali del porto di Pozzuoli, dove si perdeva la poteca di Procolo, che venivano periodicamente sommerse da un velo d’acqua», di cui si parla nel suo ultimo romanzo. L’asciutto e la marea (158 pagine, 11 euro), da pochi giorni in libreria per l’editore Gremese, è infatti una narrazione sospesa perfettamente tra il realismo dell’ambientazione e la visionarietà dell’intreccio, sempre pronta a rimandare a suggestioni letterarie, citazioni bibliche e riferimenti alla cultura ebraica.
La storia è quella di Procolo, un sarto puteolano che assomma a sé una serie di paradossi: non solo è un vampiro di fede cattolica e borbonica, ma il suo corpo è posseduto da un Yabashah, demone ancor più potente di lui. Parallela a questa è la storia d’amore e di ossessione tra Luz e suo marito Yankev, burattinaio praghese disceso in Italia sulle tracce di Pergolesi, ma in realtà alla ricerca del demone. Epicentro della narrazione è una Pozzuoli ottocentesca in cui gli influssi di una mitologia flegrea immobile e scolpita nel tempo si accavallano con i sentori di un’età nuova, portatrice di palingenesi o forse più probabilmente di apocalisse. I presagi del disastro imminente ci sono tutti: la terra che si abbassa a causa del bradisismo, la marea che minaccia di sommergere la città, i cadaveri di donne con il corpo prosciugato ritrovate per strada, l’epidemia di colera che invade Napoli. I segnali inquietanti lanciati da Pozzuoli, terra vissuta dall’autore ma perennemente lambita da suggestioni letterarie, testimoniano la fine di un’epoca e al tempo stesso allegorizzano la rovina del mondo a noi contemporaneo.
«Amo la Pozzuoli letteraria descritta da Francesco Costa e da Manlio Santanelli» dichiara lo scrittore, «ma soprattutto avverto che l’area flegrea, soggetta a tutti i mutamenti propri di una zona vulcanica, è di per sé simbolo di mutamento, di affannosa e improbabile ricerca di una stabilità. In questo senso, la conformazione fisica di Pozzuoli sembra coincidere con il carattere inquieto dei personaggi di cui racconto le storie». Il senso di precarietà della materia, sempre votata alla dissoluzione o alla distruzione, è ciò che in effetti accomuna L’asciutto e la marea, scritto circa un decennio fa, ai lavori più recenti di Morganti: innanzitutto a Moremò (Avagliano, 2007), storia di un bambino che si muove nei vicoli del Rione Terra in un’affannosa ricerca della vecchiaia a tutti i costi. Ma anche, stilisticamente, al racconto che dà titolo alla raccolta Cedolario dei fuochi di Amerigo Vargas (Graus, 2004), in cui l’espressionismo del dialetto parlato dai personaggi cozza contro la ricercatezza dell’italiano utilizzato dal narratore. Il linguaggio di Morganti sembra raccontare la sofferenza e la gioia con uguale distacco, con apparente neutralità: «non amo particolarmente scrivere in dialetto, ma lo ritengo una lingua necessaria, l’unico idioma che riesca a penetrare in parte l’universo chiuso e spesso doloroso della gente del popolo, pescatori, sarti, manovali». Ma a un livello più profondo, celate dietro le figure e le allegorie del testo, si nascondono la partecipazione e, anzi, la rabbia per l’esistenza stessa del dolore. Una per tutte, la figura paradossale del Yabashah, vampiro d’ispirazione ebraica che, a detta dello stesso autore, è costruita prendendo spunto dal primo capitolo della Genesi: «nel nono versetto si legge vetera’eh hayyabashah, ovvero “appaia l’asciutto”. Volevo creare una creatura ebraica mitica, ossessionata dall’acqua come il popolo di Mosé nel deserto, che portasse nei tratti somatici l’orrore e il dolore dei lager. Una figura lontana dal vampiro di tradizione cattolico-occidentale, assetato di sangue e intimorito dagli oggetti sacri».
Davidemorganti1Arrivati ormai all’altezza della darsena, la vista della chiesa dell’Assunta a Mare diventa appunto un pretesto per chiedere a Morganti del suo rapporto con la tradizione cristiana e con quella ebraica, delle cui citazioni i suoi romanzi sono zeppi: «il cristianesimo e l’ebraismo sono fratelli spuri, che fingono di amarsi: il primo proietta la sua essenza verso la vita eterna, il secondo invece verso la vita e basta. Forse per questo sono stato a un passo dalla conversione all’ebraismo. Ma comunque resto, di entrambi, un innamorato non corrisposto». Riorniamo indietro, verso i vicoli che costeggiano il rione Terra. Cassette di frutta vuote e cartoni occupano il marciapiede. Come per uno strano prodigio, un’onda un po’ più forte schizza fuori un getto d’acqua che invade la strada a pochi metri da noi. Morganti mi guarda e sorride imbarazzato. So che ha pensato, come me, ad uno dei paragrafi di chiusura del suo libro: «ho immaginato Pozzuoli sporca, lacera, immersa nell’acqua come per purificarsi, perennemente in bilico tra l’asciutto e il mare, incapace di trasformare il movimento in storia».

[pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno - 2/2/08]

Santafè

MagagnaFinalmente... è uscito!
L'album di Magagna Club Santafè. Il disco, che contiene importanti featurings come quella di Alonzo29, è stato registrato e arrangiato da Bonzai negli studi Bonzai Records (Vallone di San Rocco, 2008). Cliccate sul link per scaricarlo direttamente, oppure andate su myspace.

Sotto un treno (incontro con Marc Esposito)

Images1thumbnailIncontro Marc Esposito in un bar nei pressi di piazza Bellini, pieno centro di Napoli. I segni della semi-alluvione di questa notte ormai sono irreperibili e le poche pozze d’acqua fangosa e “munnezza” superstiti emanano un odore fetido. Tra tutti i turisti c’è chi storce la bocca e chi il naso, ma Marc sorseggia quieto il suo tumbler di J&B. «A Parigi è peggio. Da quando è arrivato Sarkozy i servizi sono regrediti. O forse sono io che ho una soglia della tolleranza più bassa: sto diventando un bastardo gollista». Da quando l’ho conosciuto, Marc non ha mai perso un’occasione per dire quello che pensava. Come a Cannes, dove era accreditato per una rivista di poco conto, nel vedere Vincent Cassel gli gridò: «Ti sei sposato quella stronza! Ora sono cazzi tuoi». I giornalisti, tutti allibiti; Cassel rideva mentre i buttafuori lanciarono Marc dalle scale di servizio. Chi lo avrebbe mai detto che era proprio lui “l’écrivan le plus grand, le deuxiéme, just aprés Céline” come mi disse chi me lo presentò quel giorno, al Bistrot des artistes nel centro di Parigi.
Marc non ha avuto la stessa fortuna, almeno finora: quattro romanzi all’attivo – di cui l’esordio clamoroso subito tradotto in Italia ed esaurito (Sotto un treno, Pironti, 1996) – due raccolte di poesie e una serie innumerevole di sceneggiature per la televisione. «Il cinema no, non mi interessa. Gli unici film che guardo sono dei vecchi VHS di Federico Fellini. Perché? Perché il cinema è profondamente noioso, almeno quello di oggi. E poi non ti puoi ispirare ai film: vedi quelle tremende boiate di Tarantino e di Scorsese. Ormai copiano gli uni dagli altri. Non c’è più speranza». È strano sentirlo parlare così, dal momento che Daniel Auteuil e Mathieu Kassovitz se lo contendono da anni per firmare una sceneggiatura che tratti della sua vita. «Non è vero, volevano solo un soggetto. E non volevano pagarmi – ride Marc – ma non so se lo farò, sono troppo impegnato con il nuovo romanzo».
La vita di Marc ricorda quella di uno scrittore del Novecento. Ma, data la sua giovane età (32 anni a settembre), non si può dire che non appartenga soprattutto al nuovo millennio. Nato da padre italiano e madre francese, viene abbandonato da quest’ultima in orfanotrofio ad appena 3 anni, dopo la morte del padre, nel 1979. Cambia 12 istituti scolastici in giro per l’Algeria e la Francia, fino a conseguire non senza tribolazioni il diploma e poi iscriversi all’università. Ma all’età di 19 anni abbandona improvvisamente e si arruola nell’esercito, per disertare dopo pochi mesi di leva e rifugiarsi in Messico. «Quei figli di puttana in caserma non mi permettevano di bere. Un vero inferno. C’etait degueulasse!» grida, spaventandomi e facendo girare buona parte degli ultras che siedono sulle panchine. Ho paura che si accorgano della sciarpa che Marc porta al collo. I colori inconfondibili del Paris St. Germain: «Odio il calcio, ma amo la violenza. La mia squadra è composta da bastardi nazisti, ma sanno picchiare bene e mi ci adeguo». È strana la sua frase, soprattutto perché sul polso destro c’è tatuata una falce e martello con tanto di stella rossa.
Come scrive Amélie Nothomb nella introduzione al suo ultimo romanzo, ci vogliono almeno tre giri di interpretazioni per capire quello che veramente Marc intende dire. E infatti, in “La gueule de bois” (Mercure, 2006) il protagonista è un pescatore che vive nelle Ardenne ed è alla frenetica ricerca della gamba amputata di Rimbaud, convinto che alcuni poeti parnassiani l’avessero imbalsamata e conservata in vista della resurrezione dei morti. Prima di capire che dietro l’apparenza comica si cela una tragedia, e prima di capire che dietro la tragedia si cela una riscrittura niente meno che dell’”Orestea”, l’occhio non attento deve allenarsi a leggere i dettagli celati dietro «le parentesi, perfino dietro una virgola». L’apertura alla molteplicità del testo in Esposito fa venire in mente i racconti-saggio di Borges, che non a caso resta una delle sue fonti d’ispirazione assieme a Jean-Patrick Manchette: «Il sogno della mia vita è riscrivere uno dei libri della Bibbia capovolgendolo e proiettandolo in un presente di diseredati, ubriaconi, tossici e figli di puttana. Pensate solo voi di avere la spazzatura, la camorra e queste stronzate? Vatti a rivedere i film di Vigo o a rileggere Jarry. Era tutto là, tutto là…». Prima di obiettare qualcosa ci penso tre volte, anzi quattro, una in più di quanto necessitino i suoi libri. L’ultima occasione in cui qualcuno gli ha obiettato qualcosa è stato a un reading poetico in Cornovaglia, dove Marc ha legato un critico alla sedia, gli ha versato una bottiglia di vodka addosso e poi si ha cominciato a succhiargli la camicia. E’ strano vedere che i personaggi dei suoi libri, in realtà, sono tratti solo da se stesso: come il medico impazzito di Midi (Gallimard, 1998) o il personaggio di Jean-Jacques, dell’omonimo ciclo di poesie ancora inedite.
La vita di Marc, dalla diserzione, non è stata più la stessa: «Dal Messico, dove ho lavorato per 6 anni fino a che non finì il processo, me ne andai a malincuore. Ma sapevo di dover tornare in Francia e parlare delle mie periferie, le banlieux che voi aberrate ma da cui in realtà parte l’energia che travolge la cultura europea. L’Ile-de-France ricorda Napoli e poi… Ma ora basta con quest’intervista, mi sono rotto le palle». Non posso che trascrivere le parole che lui mi detta con un sorriso amaro. Dietro il suo linguaggio si cela una vita presa a pugni, che lo ha preso a pugni. Ed è questo il fascino della sua scrittura, che non arretra, che può cadere nello sconcio o emigrare nel metafisico. Ma che non appare mai falsa. Gli strappo di mano la copia di “Sotto un treno” che lui stesso stava strappando, gli nascondo la sciarpa nella tasca della giacca e lo trascino via dalla piazza, via dagli ultras che ormai ci guardano inferociti. «Salauds!», urla. Gli ultras mi chiedono di tradurre e io mento: «Saluti!». Sembra proprio la scena del suo libro, quando il soldato torna dall’Algeria e si butta in mezzo a un gruppo di algerini urlando «Ero un soldato». La tragedia e il comico si fondono. Oltre Kafka. Oltre il Novecento.

[a breve in SPECIALE ANTEPRIMA un racconto inedito dello scrittore francese!]

Annunciazione in metropolitana

9788881128037gChiara Cretella è una scrittrice che ama celare il sostrato letterario e ideologico, in senso gramsciano, dietro un tessuto narrativo scorrevole quando non pop. A questa feconda unione contribuisce sicuramente la formazione avanguardistica dell’autrice – che molto ha frequentato la scrittura di Adriano Spatola e Giulia Niccolai – avvenuta nella Bologna post-tondelliana degli anni Novanta. Nel romanzo d’esordio (Gli insetti sono al di là della mia compassione, Pendragon, 2003) la protagonista Hèlen, studentessa del Dams, non si tira indietro e anzi cerca, con una furia autodistruttiva travestita da gioia, di vivere qualunque esperienza la vita le proponga, per quanto atroce essa possa essere. Centrale è ovviamente il tema del rapporto con il corpo e con l’“altro”, in questo caso impersonato dal sadico fidanzato Lucio.
Anche in questa nuova prova narrativa (Annunciazione in metropolitana, Fazi, 2007) il la alla narrazione è offerto da un incontro: la protagonista Leanna è una neolaureata in scienze politiche che vaga per le strade di Milano in cerca di un’“annunciazione”. La troverà imbattendosi nel body artist Franco, un «dandy dei nostri giorni, sessualmente ambiguo» – come lo definisce Valerio Evangelisti nella prefazione – che ama passare il tempo vagando tra lapidi e tombe dei cimiteri, parlando con i becchini. Dal loro incontro ne scaturirà un rapporto intenso, votato a una sorta di riduzione dell’umano all’organico. La chiave di lettura del romanzo è probabilmente fornita dalla lettura di una sintetica e illuminante battuta della protagonista: «“Voglio che mi tatui sulla schiena il contorno di due ali, grandi, dischiuse. Ma dentro il contorno voglio che tu ci disegni esattamente le ossa e le viscere che ci sono sotto la mia pelle”. / “Ho capito dove vuoi arrivare: vuoi sembrare un trompe-l’oeil?”. / “Bravissimo, è proprio quello che intendevo dire”. / “Come se tu fossi trasparente”. / “Come se fossi di vetro”, ho detto entusiasmandomi». L’infinita immanenza dell’individuo al Discorso, prodotta dal pensiero postmoderno, non consente di “spiccare il volo”, ma solo di alludere ad esso. In altre parole, il significato ha perso qualsiasi possibilità di esistenza e il fatto letterario sussiste solo in quanto vernissage, in quanto presentazione di significanti tronchi, di simboli vuoti, di camp (un’ostentazione così estrema da avere un appeal profondamente raffinato, secondo la definizione fornita da Ceserani). L’elemento rilevante della scena, infatti, non è tanto l’immagine delle ali, quanto il senso complessivo della trasparenza, del vuoto, della superficie.
E il romanzo della Cretella vive di questo contrasto tra l’attrazione prodotta dall’inesauribile superficie dell’esistente e la repulsione (in tutti i sensi) generata dall’affondamento nel corpo e nella carne. Non ci sono vie di mezzo: l’individuo o è corpo/materia o è immagine/vuoto. Ed entrambe le sfere risultano essere prigioni. Per evitare di amalgamarsi al mondo – lo stesso mondo vuoto a cui apparteneva suo padre, politico corrotto della vecchia Repubblica – Leanna si getta a capofitto nel corpo. E lo fa con una vocazione nemmeno tanto autodistruttiva, quanto piuttosto decadente: l’incontro casuale e poi rivelatorio con Franco è di marca decisamente scapigliata e l’autrice, d’altronde, è studiosa di Camillo Boito. Franco fungerà da vettore per accompagnare la protagonista nel suo viaggio di estraneazione dal mondo: gli esperimenti artistici su e con Leanna, alludono al rapporto tra arte e corpo sottoforma di una sorta di costrizione che è ontologica prima di essere psicologica (e qui non può non citarsi il marchese de Sade, il cui capolavoro incompiuto sui “prigionieri” di Sodoma fu scritto appunto nel chiuso di una prigione). Il corpo diventa dunque il campo di battaglia dell’identità e dell’arte stessa: un’identità già inesistente e fatta a brandelli, con i cui soli lacerti si può tentare di impiantare un discorso che esca fuori dall’ordinario, dal ronzare del continuum mediatico. Come scrive Bataille, peraltro citato a più riprese nel corso del romanzo: «l’erotismo considerato gravemente, tragicamente, rappresenta un capovolgimento totale». Il romanzo della Cretella contrappone la morbosità della carne alla virtualità del corpo, e in questo senso opera una delle due uniche scelte possibili per salvare la materialità in epoca postmoderna (l’altra è il basso-materiale corporeo in senso bachtiniano).
Ma il decadentismo di Annunciazione in metropolitana si avverte anche nelle atmosfere dark, non inquietanti, quanto piuttosto rarefatte ed evanescenti. Questo tipo di ambientazione ha il pregio di costruire una sorta di schermo tra il luogo dell’azione narrativa e il resto del mondo, rendendo sfumato tutto l’“oltre”. E questa forma narrativa accosta la Cretella ad altre scrittrici che, pur di formazione ed età diverse, costituiscono una sorta di trait d’union, quasi una “scuola”: vengono in mente innanzitutto Simona Vinci, Isabella Santacroce ed Alessandra Amitrano. Questa scrittura femminile, con tutti i connotati di genre, spesso volutamente ricercati, riesce mai quanto oggi laddove la narrativa scritta da uomini spesso fallisce.

Il ritorno di Malacqua

di Marco Ciriello

Luigi3 È uno dei tanti mattini sonnolenti tirati fuori dal mazzo dei giorni. Il mare è lontano da Avella, non ci sono navi da aspettare, solo la vita all’osso. Il paese è deserto, la piazza vuota. Qui vive Nicola Pugliese, scrittore di molti racconti e di un solo grande libro: Malacqua, uscito nel 1977 per Einaudi. Quattro giorni di pioggia e una città immobile. Il romanzo è il verbale di un disastro - solo annunciato; cognomi e nomi, posti precisi e avvenimenti impalpabili. A dicembre tornerà il suo nome su un libro, la raccolta di dieci brani La nave nera che sarà pubblicata dalla Compagnia dei trovatori. Pugliese ha lavorato come giornalista per «Abc», al «Roma», poi ha smesso. Baffi staliniani, doppie lenti, alto e spettinato, si presenta con un quadro in mano - visto d’ingresso della nuova vita. Dice che è figlio di Kafka, non di Magritte, gioca a scacchi con Antonio: eterno studente, fuma Pall Mall, saluta con: «w il re». È convinto che ad Avella tutto sia fermo al 1821, ma quando gli chiedo se sia monarchico come Alvaro Mutis, risponde di no, «anche se pensandoci bene sono tutti paesi avanzati quelli dove c’è ancora la monarchia». Si fosse occupato di sport, la storia sarebbe quella di Frank Bascombe, personaggio di Richard Ford raccontato in Sportswriter. La sua dote è la leggerezza.
Pioggia
«Alla prima vera pioggia a Napoli succede sempre qualcosa: voragini, smottamenti, e i giornali mandano gli inviati da me, per via del libro, neanche fossi il ministro dei temporali».
Napoli
«Una città immobile che respinge tutto, vendicativa, ancora non ha digerito il fatto di non essere più capitale».
Malacqua
«Avevo un solo libro in mente, o romanzo, a me piace scrivere racconti. Tanto poi, ti ricordano sempre per un solo quadro, non vale la pena di affaticarsi. Vedi Salinger, sarà sempre quello di Holden, non quello de I nove racconti».
Calvino
«Feci leggere il libro a mio fratello Armando e a Mimmo Carratelli. A entrambi piacque. Ma loro mi volevano bene, avevo bisogno di un altro parere. Mio fratello stava lavorando alla riduzione teatrale de Il barone rampante, chiesi se gli andava di passare il manoscritto a Italo Calvino. Lui, lesse e mandò delle osservazioni. Per me era il padreterno, quindi feci come chiedeva, e rimandai. Rispose con altre osservazioni. Da intemperante dissi che non avrei più toccato il libro, prendere o lasciare».
Borges
«Il libro uscì prima in una collana curata da Calvino, centopagine, poi nei Nuovi Coralli. Quando vidi il mio nome di fianco a quello di Borges pensai: ora posso pure morire». Vita. «Ho raggiunto il massimo della libertà consentita in una società come la nostra. Sono un re senza l’incombenza delle cerimonie».
Medioevo
«L’unica cosa che ho scritto negli ultimi anni è una commedia teatrale: ”Rainaldo II”, atmosfera da ”Armata Brancaleone”, parla di un mezzo fetente, mezzo barone che diventa principe di Caserta, una parabola sul potere».
Impegno
«Mi piace partecipare ma senza esagerare, preferisco quelli che - in generale - ci credono poco».
Idee
«La pigrizia è la mia ragione di vita».
Il racconto migliore
«”Il prigioniero”. Atmosfera kafkiana. Un uomo chiuso senza motivo in carcere, invecchia nei tentativi di fuga. Ogni giorno fallisce, eppure si ripromette di provarci all’indomani».
Achille Lauro
«Mi voleva bene, era divertente farlo arrabbiare. L’ultima volta che l’ho visto aveva 92 anni, stava al sole sotto il suo palazzo su una sedia di legno, seduto, fra i lavoratori». Letture
«Non ho mai perso tempo, leggevo solo i grandi: Dostoevskij, Kafka, Joyce, Borges, Cervantes, Proust».
Pezzo unico
«La cronaca fedele di un comizio di Achille Lauro a Piazza Plebiscito, prima che si tenesse, con una foto della piazza che ancora non si era vista. Ero caporedattore al ”Roma sera”, il giornale usciva alle 14, il realismo magico, d’obbligo. Ero costretto a scrivere con mezza giornata di anticipo: un indovino, con gli incidenti dovevo stimare i morti prima».
Invidia
«Di tutti gli scrittori solo Compagnone mi disse quanto gli era piaciuto Malacqua. Non so quanto abbia pesato il fatto che lavorassi per un giornale di destra, credo che l’invidia abbia fatto di più dell’ideologia».
Pittura
«Viola. Il colore che uso di meno e amo di più, per la sua profondità. Il mio tema? L’assenza».
Occhi
«Mi manca il centro della visione, ho un glaucoma all’occhio sinistro e il distacco della retina a quello destro. Non posso più leggere né scrivere e così dipingo».
Famiglia
«Perché non ho raccontato mio padre e la sua storia? Lo fanno tutti. Sì, aveva partecipato alla guerra in Spagna con i fascisti. Ma prima si perdeva o vinceva col sangue - mio padre, era un guascone - oggi, si perde o vince con la vergogna».
Soldi
«Pochi, quelli fatti con il libro. Molti quelli vinti giocando a poker con i tipografi del giornale. Ci fu un’estate, che vinsi venti poker su venti».
Calcio
«Ho cominciato con Ciccio Cordova, smesso per via della miopia. Lui è arrivato fino all’Inter di Herrera. Giocavo libero».
Moglie
«Faceva l’indossatrice a Milano, immagina una Naomi Campbell nel 1821, è mezza francese, mezza brasiliana, mezza italiana. Ho sposato una donna e mezza».
Il mattino ha l’oro in bocca
«Sì, divido con Joyce la scena della barba, lunghissima. Ora uso quella meticolosità di rasatura e pensiero: lavorando di memoria».
Quando piove
«Mi riparo, ho smesso di guardare fuori».

Piscinola Rap

1La voce della metropoli. La realtà nuda e cruda. L’antico equilibro tra avere ed essere, reso ancor più precario dall’abbraccio soffocante del consumismo. È questo il cuore di Spirito & Materia, atteso esordio dei Fuossera, da pochi giorni disponibile nei negozi di dischi. Sir Fernandez, Pepp’J One e O’Iank – al secolo Pasquale Fernandez, Giuseppe Troilo e Giovanni Delisa – giungono finalmente alla pubblicazione del loro primo album dopo circa un decennio di attività nell’undeground, tra collaborazioni, jam sessions e l’uscita di vari singoli.
Le quindici tracce del disco disegnano un universo variegato, in cui si muovono individui affamati di potere ma anche persone in cerca di dignità e di speranza: dai ricordi di un’infanzia vissuta in periferia di Annanz all’uocchie alla rabbia di chi non ha niente da perdere, urlata assieme alla Dogo Gang nel brano Solo andata. I beat duri e martellanti afferrano anche chi a un primo ascolto non riesce a decifrare il dialetto ed è costretto a ricorrere alla traduzione. Alcuni cori restano scolpiti nei timpani, uno per tutti, quello della decima traccia: «è infame, ‘a casa, ‘e passà ncoppa ‘o ccemento, è infame ‘sta marcia d’‘a sopravvivenza». È come se la musica cercasse di schiaffeggiare il pubblico per costringerlo ad agire o, quantomeno, a prendere coscienza di sé, quasi ad alludere che il rap non è semplice messaggio o testimonianza. Il brano Affila ‘e llame, ad esempio, può apparire come un inno leghista alla rovescia, ma in realtà nasconde il significato di un’invettiva contro il vittimismo e di una “sfida” lanciata all’indolenza del Sud.
Come per i Co’Sang di Marianella e gli ‘A67 di Scampia, anche per i Fuossera il rapporto con la periferia assume i tratti di una rivendicazione, quasi orgogliosa, di un mondo sepolto e rimosso dai riflettori della storia ufficiale. «Più che rappresentare una realtà noi cerchiamo di esprimere l’appartenenza alla gente del nostro quartiere e raccontiamo solo quello che vediamo con gli occhi», dice O’Iank. Non a caso, il nome del gruppo è un gioco di parole che sta a significare “l’era del fosso”, con riferimento alla particolare conformazione della piazza Tafuri di Piscinola: «da adolescenti, ogni volta che tornavamo dalla collina del Vomero a casa nostra, scherzavamo appunto sull’idea di “scendere verso il fosso”. Piscinola per noi è questo: una metafora non solo del Sud, ma del mondo contemporaneo». Fare musica può aiutare a risalire la china? I Fuossera sorridono e Pepp’J One risponde per tutti: «la musica è un progetto di vita e non nego che riesca a togliere dalla strada molti ragazzi. Ma, soprattutto all’inizio, richiede fatica e dedizione: bisogna saper fare un passo alla volta, dividendosi tra il lavoro e lo studio di registrazione. E ricordandosi che poche persone sono disposte ad aiutarti. Oggi forse è un po’ più semplice, perché il mercato italiano ha iniziato ad allargare i suoi confini e il rap ormai è un genere musicale riconosciuto».
Seppur così immerso nel mal di vivere napoletano, Spirito & Materia non insegue l’etichetta del “gangsta rap”. Le parole feriscono ma non elogiano la violenza. Il potere della rima è piuttosto quello di sintetizzare concetti crudi e spararli fuori come slogan: «‘e peggio e ‘o Stato ‘nzieme fanno esercito esercitanno carriere, unu braccio ca nce abbraccia e nce stenne». Eppure, l’intento non è ideologico. Siamo lontani dal rap politicizzato dei primi anni Novanta, che nasceva dalle esperienze dei centri sociali e del movimento della Pantera. La nuova ondata napoletana cresce nell’alveo della strada, della cultura hip hop in senso stretto e delle sue discipline. Le rime di artisti come La Famiglia, Co’Sang, 13 Bastardi, Clementino, Puazze Crew e Speaker Cenzou provengono innanzitutto da un senso di sfogo e reazione al malessere sociale: «il rapper non denuncia, ma fotografa una realtà senza necessariamente interferire con un’opinione personale. Noi raccontiamo le cose come stanno, poi sta a chi le ascolta coglierle in un determinato modo», dice Pepp’J One.
3Mi viene in mente la frase di un grande indagatore delle rimozioni storiche, Walter Benjamin, che, ovviamente in altro contesto, affermava di non aver niente da dire ma soltanto da mostrare. In altre parole, il marcio, il dolore e la crudezza appartengono alla realtà e il rapper non deve far altro che trovare le combinazioni di rime giuste per metterli in risalto. I temi trattati dai Fuossera infatti riguardano la vita ai margini, la morsa della criminalità, il consumismo che tutto fagocita e l’ansia di riscatto di una generazione. «Non siamo apolitici», dice Sir Fernandez, «ma non ci riconosciamo in nessun partito o corrente. Se raccontiamo storie nere, di criminalità, è perché questa ha assunto un peso predominante nella nostra società. In periferia, purtroppo, si scorge più nitidamente come il confine tra Stato e Sistema si assottigli. La politica, anziché pronunciare slogan, dovrebbe occuparsi delle strade, delle scuole, dei servizi e delle strutture. Ma ormai la politica, come la camorra, è solo un business e in periferia l’ordine pubblico è garantito paradossalmente dal Sistema».
La musica come narrazione della strada, dunque. Sembra di sentire riecheggiare le parole di Chuck D, storico leader dei Public Enemy, quando definiva il rap come «CNN del ghetto». L’hip hop parla una lingua ancora sconosciuta alla Napoli ufficiale, raccontando quello che spesso, per omertà, si tace. E la musica dei Fuossera – che il 4 ottobre, assieme ai Co’Sang, presenteranno alcuni brani di Spirito & Materia presso l’ex Italsider – testimonia la difficoltà del vivere eppure, allo stesso tempo, la volontà di trovare riscatto.
[dal Corriere del Mezzogiorno - 29/9/07)

Piedigrotta postmoderna vs. Piedigrotta futurista

Cangiullo1Contro le feste di piazza fatte per populismo, ricerca del consenso e mancanza di una vera progettualità culturale... andate a rivedervi una VERA Piedigrotta, nelle parole in libertà dell'ormai dimenticato futurista Francesco Cangiullo.
Cliccate qui per scaricarlo in pdf (è un po' pesante, circa 6 mega, ma ne vale la pena: testo introvabile, l'ultima volta l'ho riletto in biblioteca a Parigi...), oppure andate a leggerlo su questo sito.

Promemoria: il genio

Copt13asp"Apro il cassetto e tiro fuori un altro Kit Kat dal pacco di cellofan da otto. A quello stronzo che ha inventato il Kit Kat lo dovrebbero fare baronetto. Io ne mangio un fottio. Sa il cazzo perché non divento grasso come un maiale. Avrò il metabolismo veloce."
(Irvine Welsh, Il lercio, 2^ ed., Tea, 2001, p. 113).

Classifica dei migliori romanzi di Ellroy...

Ellroy...o, almeno, dei migliori secondo me (contando che ho appena finito di leggere la "Trilogia del Sergente Hopkins"). Il problema è che le traduzioni dei titoli in italiano spesso e volentieri fanno schifo. Per esempio, "Le strade dell'innocenza" che dovrebbe tradurre il ben più forte "Blood on the moon". Vabbè, comunque, veniamo a noi:

1) American tabloid
2) White jazz
3) Clandestino
4) La collina dei suicidi
5) Le strade dell'innocenza
6) I miei luoghi oscuri
7) Dalia nera
8) L.A. confidential

Gi altri secondo me non meritano di entrare in classifica. Non li ho letti proprio tutti, però ad esempio "Il grande nulla" è molto più deludente di quello che promette. Viceversa, un libretto come "Tijuana mon amour" mantiene molto più di quello che promette, però è un racconto breve.

Oh, finalmente il ritorno di Ferrandino!

(scritto da Marco Ciriello e pubblicato su Il Mattino di ieri)

Copj13aspFilippo Bornardone, diciassettenne della provincia napoletana, arriva a Parigi in una lucente mattina d’autunno con una lettera di presentazione per il capitano dei moschettieri e una spada in puro acciaio di Pomigliano. Come il giovane d’Artagnan di Alexandre Dumas – nel primo romanzo della saga – squattrinato, intraprendente, guascone, è pronto a mettersi al servizio del re di Francia. Il dio che aveva ripreso le anime dei moschettieri ne “Il visconte di Bragelonne” non è lo stesso di Giuseppe Ferrandino che li ha riportati in vita con “Spada” (Mondadori, pag. 1118, euro 22). Quella che sembrava una storia chiusa, viene scompigliata e apparecchiata in un riuscito romanzo-calco, capace di far proseguire i tre feuilleton dumasiani: con d’Artagnan ancora vivo e a capo dei moschettieri e Aramis che trama contro Luigi XIV, ma soprattutto ci restituisce con maestria la Parigi post-Mazzarino e la corte del re sole alle prese con una intricatissima storia di tradimenti e sotterfugi, coronata da alleanze trasversali e popolata da una miriade di personaggi bifronte che mossi con grazia si contrastano in dispute filosofiche e duelli diplomatici. E se all’inizio il caparbio, sfrontato, coraggioso Filippo Bornardone che appena mette piede a Parigi viene derubato – con il suo desiderio in petto, la scarsa conoscenza dei sentimenti e l’unica certezza nelle sue doti di spadaccino – sembra l’Andreuccio da Perugina di Boccaccio nel Decameron, subito dopo diventa uno dei singolari personaggi di Ferrandino: ingenuo al limite della goffaggine, dolce e borioso, esuberante fino all’errore ma anche fortunato e benvoluto. Arrivato in Francia pervaso dalle gesta dei quattro moschettieri, con buone letture alle spalle: cita Platone odia Machiavelli con ragione, non ha molta voglia di leggere, vuole affrontare il mondo, affacciarsi alla vita in modo repentino ma spesso è costretto a ritrarsi per ragionarci su, ha la spada facile (anche se la userà poco), la risposta sempre pronta, il ragionamento fine, i modi fascinosi: grazie all’educazione di uno zio che tutti vorremmo, e i sogni grandi. Per uno sgarbo subito comincia una personalissima inchiesta su Aramis, il cavaliere d’Herblay, fino a farne una ossessione. Insegue d’Artagnan per diventare moschettiere, gli uccide due uomini e non si arrende nemmeno davanti al rifiuto dell’abile spadaccino, e alla fine fa coincidere i due desideri: catturerà Aramis per far piacere al re e diventare cadetto. Ma Aramis è diventato il cardinale Oliveira e rischia d’essere eletto papa alla morte di Clemente X. Filippo scoprirà che la vita non è facile per nessuno, e non basta conoscere il segreto del coraggio spartano e sapere che “l’avventura è un modo per sognare vivendo”. Il giovane meridionale impara presto a muoversi e a controllare il suo istinto, è attento ai particolari e sa prevenire molte delle manovre dei suoi numerosi avversari, come intrattenersi con una folta schiera di belle donne: la cameriera Maria, le figlie del capitano Lefranc, la contessa di Lubon, fino all’incontro con Enrichetta Stuart cognata del re, regalandoci pagine bellissime di dubbio e passione, zeppe di slanci, pensieri audaci e ritrosia, dove si scontrano la volubilità della dama e la suscettibilità e l’inesperienza del giovane. I due battibeccano in musica, discutono delle “cose della vita” e cambiano opinione in poco, si amano e si lasciano ad ogni capoverso, restituendoci l’esile connubio che tutti hanno vissuto affacciandosi all’amore. Ma c’è anche spazio per il sentimento dell’amicizia: si va dal raffinato Levine ai coraggiosi Chavert, Tuissonne fino al turcomanno Kelim, che lo assisteranno nelle sue imprese. Ferrandino con un salto indietro nel romanzo ottocentesco si cimenta nella stessa titanica impresa del suo protagonista Bordandone, con la stessa testardaggine si immerge in un mondo che gli è estraneo e spesso nemico, affronta il male, sopporta le cadute e le ferite, avanza seguendo il sogno senza desistere, tergiversa, affronta, perde, viene ferito, e alla fine ne esce migliore. Tenere testa a Dumas, senza far perdere colpi ai suoi meravigliosi personaggi, continuare la sua storia e riempire mille e fischia pagine senza far cadere la leggerezza dello scrittore francese, la leggibilità degli intrighi, inventando nuovi personaggi, è una impresa che fra tremare. Ma il progetto di Ferrandino è doppio, riscrivendo fa i conti con i propri sogni – non cominciavano da lì le responsabilità? – e ridando vita agli eroi della sua/nostra giovinezza: li distrugge, rendendoli umani. Tutti sono deboli, nessuno è giusto mai, non esistono virtù perfette ma solo apprendimento per accumulo di errori. Persino il d’Artagnan – che all’inizio ha il viso pieno di luce sul quale passano tutti i canti di Omero: Ulisse e Achille insieme – si scopre non immune da atti ignobili. Aramis un vile con una sconfinata fame di potere, Porthos un complice o peggio un indifferente – e le pagine che li vedono bere, discutere e confrontarsi con le accuse di Filippo sono puro Borges, apoteosi della finzione letteraria. Demolendo un mito se ne costruisce un altro, battendo un vile si libera il campo ad altri, si risponde in modo diverso alle domande di sempre, e forse il segreto sta nella semplicità dei soldati: poche certezze e voglia di andare.