Chuck Palahniuk (o come cazzo si scrive) a casa Petrella
[Un assaggio da un racconto tratto dall'antologia che trovate qui accanto: "Tutta colpa di dio", edito da Ad est dell'equatore, da oggi in libreria. Clicca per maggiori info]
AC|CÌ|DIA s.f. – avversione all’operare mista a noia e indifferenza (DIZIONARIO DE MAURO PARAVIA)
Quest’inno si gorgoglian ne la strozza, / ché dir nol posson con parola integra (DANTE, INF. VII)
1.
L’editore A est dell’equatore mi ha chiesto di scrivere questo racconto per l’antologia sui peccati capitali. A finale io gli ho risposto che normalmente mi caco il cazzo pure di respirare e lui mi ha detto: «Appunto, devi scrivere un racconto sull’accidia». Io poi ho aggiunto pure che in genere l’ispirazione mi viene solo se vedo, nell’ordine:
1) una carta da cento euro
2) una femmina
3) una bottiglia di whisky
Lui ha ribadito che l’antologia è una cosa importante, che girerà un sacco e venderà tonnellate di copie pure perché ci sta gente famosa, dentro, e ha aggiunto pure: «Guarda che la leggeranno un sacco di femmine», prospettandomi quindi chiaramente la possibilità di chiavare. Lasciando da parte la professionalità – che non ho voluto mettere in discussione per evitare di venire alle mani – ho fatto due più due e ho pensato che magari questa era la volta buona che trovavo una femmina a cui piace chiavare stando sopra. Il casino di quando chiavi è che infatti, se stai tu sopra, devi fare una fatica del diavolo. E alla mia ragazza piace stare sotto (infatti è un anno circa che non chiaviamo).
Risolto questo problema mentale, mi sono subito reso conto che ce n’era un altro e cioè che non avevo niente da dire, pure perché se uno volesse scrivere veramente un racconto sull’accidia in maniera onesta dovrebbe lasciare le pagine in bianco, così:
cioè, quello che voglio dire è che uno scrittore non è che può bell’e buono inventarsi una storia dal nulla. L’editore mi ha detto pure «Scrivi qualcosa di strano, di imprevedibile» e mi ha consigliato di rileggermi i romanzi di Chuck Palaniuk (o come cazzo si scrive). Questa cosa mi ha messo sinceramente in crisi. E infatti sono stato quasi quattordici minuti a scervellarmi davanti al computer. Poi mi sono accorto che era l’una di notte passata e ho acceso il televisore. Sull’uno c’era Marzullo che rompeva il cazzo, sul due c’era un telefilm di vent’anni fa, sul tre c’era Ghezzi che commentava un film di quando ancora non esisteva la televisione, il quattro il cinque il sei e il sette non si prendono bene perché dovrei far aggiustare l’antenna, e finalmente sull’otto, su una rete privata, ho trovato la tizia dell’144. Ho spento il computer e mi sono seduto sul divano.
2.
Il mio padrone se chiamma Angelo Petrella e dice che di lavoro fa ‘o scrittore. Secondo me invece di lavoro fa ‘o strunzo, pure pecché l’unica cosa che l’aggio visto scrivere in vita mia è ‘a schedina d’‘o superenalotto. Secondo me è pure ‘nu poco ricchione. Numero uno pecché ogni vota che si sceta ‘a matina mi viene vicino e mi accarezza sotto al collo, appunto, comme fanno i ricchioni; numero due pecché sta sempre, d’‘a matina alla sera, buttato ‘ncoppa a ‘nu divano senza fa ‘nu cazzo. Va dicendo in giro che gli piace giocare cu’ mme, ma non è ‘o vero: il massimo del gioco per lui è lanciarmi ‘na pallina ‘e tennis ca fa cchiù schifo ‘e isso mentre sta assittato ‘ncoppa ‘a tazza d’‘o cesso. Ma mica solo con me è accussì. Pure la guagliona, povera crista, quando torna a casa dopo aver faticato una giornata sana dint’ ‘o call-center e si butta sul divano sperando di chiavare, lo trova che o sta durmenno o sta guardando ‘a televisione. A me, si nun ce fusse ‘a guagliona che una volta ‘a semmana mi fa uscire per fare una passeggiata, mi troverebbero colla panza e col fegato schiattato: chillu curnuto infatti mi fa mangiare solo ‘e scatolette perché dice che sono più salutari. Ma quanno maje, ‘a verità è che se caca ‘o cazzo pure di pigliare gli avanzi dal piatto e buttarli per terra. E poi nun me fa maje uscire di casa; se qualcuno glielo fa notare, lui gli risponde cu’ ‘na cazzimma esagerata dicendo: «Vabbè, ma quello ormai il cane è adulto, se c’ha bisogno esce da solo». Sì, e ‘a porta come la apro: cu’ ‘e ccorna ca tieni?




