Vampiri contro Golem
Quando c’è il sole, anche se tira un vento forte, al porto di Pozzuoli sembra sempre estate. Il mercato del pesce e il viavai di auto che si imbarcano per le isole riempiono l’aria di suoni e odori. Passeggiando con Davide Morganti per i vicoli che delimitano il rione Terra, tra i cassonetti traboccanti di immondizia, sono tentato di chiedergli dove esattamente si collochino quelle «stradine laterali del porto di Pozzuoli, dove si perdeva la poteca di Procolo, che venivano periodicamente sommerse da un velo d’acqua», di cui si parla nel suo ultimo romanzo. L’asciutto e la marea (158 pagine, 11 euro), da pochi giorni in libreria per l’editore Gremese, è infatti una narrazione sospesa perfettamente tra il realismo dell’ambientazione e la visionarietà dell’intreccio, sempre pronta a rimandare a suggestioni letterarie, citazioni bibliche e riferimenti alla cultura ebraica.
La storia è quella di Procolo, un sarto puteolano che assomma a sé una serie di paradossi: non solo è un vampiro di fede cattolica e borbonica, ma il suo corpo è posseduto da un Yabashah, demone ancor più potente di lui. Parallela a questa è la storia d’amore e di ossessione tra Luz e suo marito Yankev, burattinaio praghese disceso in Italia sulle tracce di Pergolesi, ma in realtà alla ricerca del demone. Epicentro della narrazione è una Pozzuoli ottocentesca in cui gli influssi di una mitologia flegrea immobile e scolpita nel tempo si accavallano con i sentori di un’età nuova, portatrice di palingenesi o forse più probabilmente di apocalisse. I presagi del disastro imminente ci sono tutti: la terra che si abbassa a causa del bradisismo, la marea che minaccia di sommergere la città, i cadaveri di donne con il corpo prosciugato ritrovate per strada, l’epidemia di colera che invade Napoli. I segnali inquietanti lanciati da Pozzuoli, terra vissuta dall’autore ma perennemente lambita da suggestioni letterarie, testimoniano la fine di un’epoca e al tempo stesso allegorizzano la rovina del mondo a noi contemporaneo.
«Amo la Pozzuoli letteraria descritta da Francesco Costa e da Manlio Santanelli» dichiara lo scrittore, «ma soprattutto avverto che l’area flegrea, soggetta a tutti i mutamenti propri di una zona vulcanica, è di per sé simbolo di mutamento, di affannosa e improbabile ricerca di una stabilità. In questo senso, la conformazione fisica di Pozzuoli sembra coincidere con il carattere inquieto dei personaggi di cui racconto le storie». Il senso di precarietà della materia, sempre votata alla dissoluzione o alla distruzione, è ciò che in effetti accomuna L’asciutto e la marea, scritto circa un decennio fa, ai lavori più recenti di Morganti: innanzitutto a Moremò (Avagliano, 2007), storia di un bambino che si muove nei vicoli del Rione Terra in un’affannosa ricerca della vecchiaia a tutti i costi. Ma anche, stilisticamente, al racconto che dà titolo alla raccolta Cedolario dei fuochi di Amerigo Vargas (Graus, 2004), in cui l’espressionismo del dialetto parlato dai personaggi cozza contro la ricercatezza dell’italiano utilizzato dal narratore. Il linguaggio di Morganti sembra raccontare la sofferenza e la gioia con uguale distacco, con apparente neutralità: «non amo particolarmente scrivere in dialetto, ma lo ritengo una lingua necessaria, l’unico idioma che riesca a penetrare in parte l’universo chiuso e spesso doloroso della gente del popolo, pescatori, sarti, manovali». Ma a un livello più profondo, celate dietro le figure e le allegorie del testo, si nascondono la partecipazione e, anzi, la rabbia per l’esistenza stessa del dolore. Una per tutte, la figura paradossale del Yabashah, vampiro d’ispirazione ebraica che, a detta dello stesso autore, è costruita prendendo spunto dal primo capitolo della Genesi: «nel nono versetto si legge vetera’eh hayyabashah, ovvero “appaia l’asciutto”. Volevo creare una creatura ebraica mitica, ossessionata dall’acqua come il popolo di Mosé nel deserto, che portasse nei tratti somatici l’orrore e il dolore dei lager. Una figura lontana dal vampiro di tradizione cattolico-occidentale, assetato di sangue e intimorito dagli oggetti sacri».
Arrivati ormai all’altezza della darsena, la vista della chiesa dell’Assunta a Mare diventa appunto un pretesto per chiedere a Morganti del suo rapporto con la tradizione cristiana e con quella ebraica, delle cui citazioni i suoi romanzi sono zeppi: «il cristianesimo e l’ebraismo sono fratelli spuri, che fingono di amarsi: il primo proietta la sua essenza verso la vita eterna, il secondo invece verso la vita e basta. Forse per questo sono stato a un passo dalla conversione all’ebraismo. Ma comunque resto, di entrambi, un innamorato non corrisposto». Riorniamo indietro, verso i vicoli che costeggiano il rione Terra. Cassette di frutta vuote e cartoni occupano il marciapiede. Come per uno strano prodigio, un’onda un po’ più forte schizza fuori un getto d’acqua che invade la strada a pochi metri da noi. Morganti mi guarda e sorride imbarazzato. So che ha pensato, come me, ad uno dei paragrafi di chiusura del suo libro: «ho immaginato Pozzuoli sporca, lacera, immersa nell’acqua come per purificarsi, perennemente in bilico tra l’asciutto e il mare, incapace di trasformare il movimento in storia».
[pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno - 2/2/08]




