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Il mio compleanno. Appena finito di rivedere "Io sono leggenda".
CINEMA: Modernissimo
LOCALITA': Spakkanapoli
FREQUENTAZIONE: pessima.
NOTE: ragazzini urlavano ai telefonini frasi del tipo "Uah, sta ascenno 'o mostro!", "Ma l'hanno acciso?", "Uh'anema, comme è brutto chisto!" etc.
Non si capiva se i vampiri erano quelli sullo schermo o quelli in sala.
Un mio amico ha quasi picchiato due bambini e ha quasi rischiato di farsi accoltellare.
In tutto questo, sono le 2.29 e io ho trent'anni.
Sono troppo vecchio per queste stronzate.
Trent'anni. Cazzo.
Ormai sono tregenda.
Incontro Marc Esposito in un bar nei pressi di piazza Bellini, pieno centro di Napoli. I segni della semi-alluvione di questa notte ormai sono irreperibili e le poche pozze d’acqua fangosa e “munnezza” superstiti emanano un odore fetido. Tra tutti i turisti c’è chi storce la bocca e chi il naso, ma Marc sorseggia quieto il suo tumbler di J&B. «A Parigi è peggio. Da quando è arrivato Sarkozy i servizi sono regrediti. O forse sono io che ho una soglia della tolleranza più bassa: sto diventando un bastardo gollista». Da quando l’ho conosciuto, Marc non ha mai perso un’occasione per dire quello che pensava. Come a Cannes, dove era accreditato per una rivista di poco conto, nel vedere Vincent Cassel gli gridò: «Ti sei sposato quella stronza! Ora sono cazzi tuoi». I giornalisti, tutti allibiti; Cassel rideva mentre i buttafuori lanciarono Marc dalle scale di servizio. Chi lo avrebbe mai detto che era proprio lui “l’écrivan le plus grand, le deuxiéme, just aprés Céline” come mi disse chi me lo presentò quel giorno, al Bistrot des artistes nel centro di Parigi.
Marc non ha avuto la stessa fortuna, almeno finora: quattro romanzi all’attivo – di cui l’esordio clamoroso subito tradotto in Italia ed esaurito (Sotto un treno, Pironti, 1996) – due raccolte di poesie e una serie innumerevole di sceneggiature per la televisione. «Il cinema no, non mi interessa. Gli unici film che guardo sono dei vecchi VHS di Federico Fellini. Perché? Perché il cinema è profondamente noioso, almeno quello di oggi. E poi non ti puoi ispirare ai film: vedi quelle tremende boiate di Tarantino e di Scorsese. Ormai copiano gli uni dagli altri. Non c’è più speranza». È strano sentirlo parlare così, dal momento che Daniel Auteuil e Mathieu Kassovitz se lo contendono da anni per firmare una sceneggiatura che tratti della sua vita. «Non è vero, volevano solo un soggetto. E non volevano pagarmi – ride Marc – ma non so se lo farò, sono troppo impegnato con il nuovo romanzo».
La vita di Marc ricorda quella di uno scrittore del Novecento. Ma, data la sua giovane età (32 anni a settembre), non si può dire che non appartenga soprattutto al nuovo millennio. Nato da padre italiano e madre francese, viene abbandonato da quest’ultima in orfanotrofio ad appena 3 anni, dopo la morte del padre, nel 1979. Cambia 12 istituti scolastici in giro per l’Algeria e la Francia, fino a conseguire non senza tribolazioni il diploma e poi iscriversi all’università. Ma all’età di 19 anni abbandona improvvisamente e si arruola nell’esercito, per disertare dopo pochi mesi di leva e rifugiarsi in Messico. «Quei figli di puttana in caserma non mi permettevano di bere. Un vero inferno. C’etait degueulasse!» grida, spaventandomi e facendo girare buona parte degli ultras che siedono sulle panchine. Ho paura che si accorgano della sciarpa che Marc porta al collo. I colori inconfondibili del Paris St. Germain: «Odio il calcio, ma amo la violenza. La mia squadra è composta da bastardi nazisti, ma sanno picchiare bene e mi ci adeguo». È strana la sua frase, soprattutto perché sul polso destro c’è tatuata una falce e martello con tanto di stella rossa.
Come scrive Amélie Nothomb nella introduzione al suo ultimo romanzo, ci vogliono almeno tre giri di interpretazioni per capire quello che veramente Marc intende dire. E infatti, in “La gueule de bois” (Mercure, 2006) il protagonista è un pescatore che vive nelle Ardenne ed è alla frenetica ricerca della gamba amputata di Rimbaud, convinto che alcuni poeti parnassiani l’avessero imbalsamata e conservata in vista della resurrezione dei morti. Prima di capire che dietro l’apparenza comica si cela una tragedia, e prima di capire che dietro la tragedia si cela una riscrittura niente meno che dell’”Orestea”, l’occhio non attento deve allenarsi a leggere i dettagli celati dietro «le parentesi, perfino dietro una virgola». L’apertura alla molteplicità del testo in Esposito fa venire in mente i racconti-saggio di Borges, che non a caso resta una delle sue fonti d’ispirazione assieme a Jean-Patrick Manchette: «Il sogno della mia vita è riscrivere uno dei libri della Bibbia capovolgendolo e proiettandolo in un presente di diseredati, ubriaconi, tossici e figli di puttana. Pensate solo voi di avere la spazzatura, la camorra e queste stronzate? Vatti a rivedere i film di Vigo o a rileggere Jarry. Era tutto là, tutto là…». Prima di obiettare qualcosa ci penso tre volte, anzi quattro, una in più di quanto necessitino i suoi libri. L’ultima occasione in cui qualcuno gli ha obiettato qualcosa è stato a un reading poetico in Cornovaglia, dove Marc ha legato un critico alla sedia, gli ha versato una bottiglia di vodka addosso e poi si ha cominciato a succhiargli la camicia. E’ strano vedere che i personaggi dei suoi libri, in realtà, sono tratti solo da se stesso: come il medico impazzito di Midi (Gallimard, 1998) o il personaggio di Jean-Jacques, dell’omonimo ciclo di poesie ancora inedite.
La vita di Marc, dalla diserzione, non è stata più la stessa: «Dal Messico, dove ho lavorato per 6 anni fino a che non finì il processo, me ne andai a malincuore. Ma sapevo di dover tornare in Francia e parlare delle mie periferie, le banlieux che voi aberrate ma da cui in realtà parte l’energia che travolge la cultura europea. L’Ile-de-France ricorda Napoli e poi… Ma ora basta con quest’intervista, mi sono rotto le palle». Non posso che trascrivere le parole che lui mi detta con un sorriso amaro. Dietro il suo linguaggio si cela una vita presa a pugni, che lo ha preso a pugni. Ed è questo il fascino della sua scrittura, che non arretra, che può cadere nello sconcio o emigrare nel metafisico. Ma che non appare mai falsa. Gli strappo di mano la copia di “Sotto un treno” che lui stesso stava strappando, gli nascondo la sciarpa nella tasca della giacca e lo trascino via dalla piazza, via dagli ultras che ormai ci guardano inferociti. «Salauds!», urla. Gli ultras mi chiedono di tradurre e io mento: «Saluti!». Sembra proprio la scena del suo libro, quando il soldato torna dall’Algeria e si butta in mezzo a un gruppo di algerini urlando «Ero un soldato». La tragedia e il comico si fondono. Oltre Kafka. Oltre il Novecento.
[a breve in SPECIALE ANTEPRIMA un racconto inedito dello scrittore francese!]
Giovanni Cattabriga e Luca Di Meo sono rispettivamente i numeri 2 e 3 del collettivo Wu Ming. Per chi non lo sapesse, “Wu Ming” è un’espressione cinese che, a seconda della pronuncia della prima sillaba, sta a significare “nessun nome” ovvero “cinque nomi”. I componenti del gruppo, infatti, sono cinque scrittori di diversa generazione che preferiscono non firmarsi con i nomi anagrafici per preservarsi dal meccanismo di mitizzazione dell’autore, così caro al mercato editoriale. Riesco a incontrare uno dei due autori impegnati, in questi giorni, in un tour napoletano di presentazioni del loro ultimo romanzo Manituana.
Come nel libro d’esordio Q, anche in Manituana il collettivo bolognese sfrutta l’idea di riscrivere un capitolo fondamentale della Storia occidentale. Il romanzo è infatti ambientato all’alba della rivoluzione americana, nelle terre della comunità meticcia di irlandesi, scozzesi e indiani, al confine con l’attuale Canada. La guerra manda in frantumi la pacifica convivenza e, tra lealisti e ribelli, scatta una gara per contendersi l’alleanza della Lega delle Sei Nazioni Irochesi. «Il nostro progetto narrativo è essenzialmente epico e mira a raccontare la parte sbagliata della Storia, la realtà della moltitudine di perdenti sulle cui rovine la civiltà ha poggiato le sue pietre», dice Wu Ming 3. Mi tornano in mente le parole scritte da Roberto Saviano in una bella recensione al libro: «Manituana non è in nessun modo l’ennesimo testo sui pellerossa. Ma è un raccontare la gestazione del mondo moderno, la gravidanza della Storia che avrebbe partorito il mondo che oggi abbiamo. Ma che avrebbe potuto generare altro». Saviano e i Wu Ming, pur separati da una formazione profondamente differente, condividono una medesima idea della funzione letteraria: «nella condizione in cui versa la realtà italiana è difficile farsi illusioni sul presunto potere della letteratura», continua Wu Ming 3, «ma la forza epica della parola narrativa è qualcosa di innegabilmente reale. Prendiamo Gomorra: ciò che ha colpito il grande pubblico non è tanto l’aspetto documentaristico del romanzo, quanto quello narrativo, che riesce a raccontare una storia che appartiene a tutti. Un’immagine come quella di Pasquale – il sarto di Arzano che confeziona il vestito di Angelina Jolie – arriva a colpire l’immaginario collettivo laddove un’analisi sociologica sul lavoro sommerso fallirebbe».
Nei pressi dell’università Orientale, dove ci siamo dati appuntamento, la spazzatura trabocca dai cassonetti e, data la pioggia, una pozza di acqua e melma stagna a pochi metri da noi. Wu Ming 3 la fissa assorto, poi si accende nervosamente una sigaretta: «nonostante sia nato a Napoli non riesco a ritornarci molto spesso. E perciò mi fa ancora più rabbia toccare con mano quanto sta accadendo». La discussione cade inevitabilmente sul tema dell’emergenza rifiuti. Ancor più perché tra poche settimane uscirà in libreria un nuovo libro del collettivo bolognese, intitolato Previsioni del tempo: si tratta di un romanzo edito nella collana Verdenero, promossa dalle Edizioni Ambiente, che dall’inizio del 2007 porta avanti una campagna contro le ecomafie e i crimini ambientali, in collaborazione con Legambiente. Celebri autori di noir come Giancarlo De Cataldo, Sandrone Dazieri e Simona Vinci hanno già partecipato al progetto. «In questi ultimi anni l’attenzione degli intellettuali sui mali di Napoli è stata forte. Ma sono stati soprattutto i produttori culturali – scrittori, musicisti, artisti – a fotografare la realtà dei fatti nuda e cruda. Il processo creativo, a volte, arriva prima della speculazione intellettuale», dichiara Wu Ming 3.
Previsioni del tempo è un romanzo che ben si inserisce nel contesto della nouvelle vague napoletana che descrive i mutamenti della città, della sua cultura e dei suoi drammi già dal finire degli anni Novanta (si pensi anche solo al lavoro di Giuseppe Montesano, Davide Morganti o Peppe Lanzetta). Il nuovo lavoro dei Wu Ming, in libreria dal 13 febbraio, è il racconto di un viaggio di andata e ritorno in camion, dal Nord Italia all’area casertana, per smistare tonnellate di scarti dell’edilizia. Tra speculatori finanziari e bassa manovalanza cinese, il romanzo non disdegna uno stile pungente e ironico con eccessi di comicità pura, unico modo per tollerare il racconto della tragedia contemporanea: «la mafia dei rifiuti speciali in Campania è una delle fonti di guadagno illegale più redditizie che ci siano. Per questo ci sembrava che solo attraverso un romanzo potessimo raccontarla in modo pieno». Il riferimento alle implicazioni della camorra nel problema dei rifiuti è inevitabile. E quindi chiedo a Wu Ming 3 cosa ne pensi di un articolo apparso pochi giorni fa sul Mattino, dove il pm Raffaele Cantone confutava con forza la tesi sbrigativa secondo cui le responsabilità dell’emergenza campana fossero da attribuirsi esclusivamente alla camorra. Gli interessi che ruotano attorno al ciclo dei rifiuti sarebbero, infatti, anche di natura politica e variamente imprenditoriale. «Non c’è dubbio che le responsabilità siano molteplici. E non c’è dubbio che la politica, di destra e di sinistra, faccia a gara nel cercare alibi. Ma il vero quesito è se cambierà la mentalità della gente, che ormai sembra assuefatta a una cultura del lassismo e dell’indifferenza: solo quando la puzza della munnezza arriva sotto casa la dignità del cittadino si risveglia. Ma a quel punto è troppo tardi. E fare la guerra, incendiando cassonetti e autobus, non serve a niente». Mi viene in mente una delle frasi di apertura del romanzo 54, che recita: «Gli stolti chiamano “pace” il semplice allontanarsi del fronte». Quando la pronuncio Wu Ming 3 sorride e spegne la sigaretta. Poi, come un miraggio, osserviamo un camion dell’Asia che, da lontano, si avvicina al cassonetto al lato della strada per raccogliere i rifiuti.
[pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno del 12/01/08]
...era dietro casa mia, giuro, legato a un palo della luce. Era là da almeno 6 settimane, con cagate di piccioni incorporate e la signora del basso accanto che urlava a proposito del fatto che il motorino le occupava "il parcheggio" da più di un mese e mezzo e che, quando sarebbe tornato il marito, me lo avrebbe aizzato contro... Ho dovuto giurarle che me lo avevano rubato...