La mia foto

Contatore

« settembre 2007 | Principale | novembre 2007 »

Il ritorno di Malacqua

di Marco Ciriello

Luigi3 È uno dei tanti mattini sonnolenti tirati fuori dal mazzo dei giorni. Il mare è lontano da Avella, non ci sono navi da aspettare, solo la vita all’osso. Il paese è deserto, la piazza vuota. Qui vive Nicola Pugliese, scrittore di molti racconti e di un solo grande libro: Malacqua, uscito nel 1977 per Einaudi. Quattro giorni di pioggia e una città immobile. Il romanzo è il verbale di un disastro - solo annunciato; cognomi e nomi, posti precisi e avvenimenti impalpabili. A dicembre tornerà il suo nome su un libro, la raccolta di dieci brani La nave nera che sarà pubblicata dalla Compagnia dei trovatori. Pugliese ha lavorato come giornalista per «Abc», al «Roma», poi ha smesso. Baffi staliniani, doppie lenti, alto e spettinato, si presenta con un quadro in mano - visto d’ingresso della nuova vita. Dice che è figlio di Kafka, non di Magritte, gioca a scacchi con Antonio: eterno studente, fuma Pall Mall, saluta con: «w il re». È convinto che ad Avella tutto sia fermo al 1821, ma quando gli chiedo se sia monarchico come Alvaro Mutis, risponde di no, «anche se pensandoci bene sono tutti paesi avanzati quelli dove c’è ancora la monarchia». Si fosse occupato di sport, la storia sarebbe quella di Frank Bascombe, personaggio di Richard Ford raccontato in Sportswriter. La sua dote è la leggerezza.
Pioggia
«Alla prima vera pioggia a Napoli succede sempre qualcosa: voragini, smottamenti, e i giornali mandano gli inviati da me, per via del libro, neanche fossi il ministro dei temporali».
Napoli
«Una città immobile che respinge tutto, vendicativa, ancora non ha digerito il fatto di non essere più capitale».
Malacqua
«Avevo un solo libro in mente, o romanzo, a me piace scrivere racconti. Tanto poi, ti ricordano sempre per un solo quadro, non vale la pena di affaticarsi. Vedi Salinger, sarà sempre quello di Holden, non quello de I nove racconti».
Calvino
«Feci leggere il libro a mio fratello Armando e a Mimmo Carratelli. A entrambi piacque. Ma loro mi volevano bene, avevo bisogno di un altro parere. Mio fratello stava lavorando alla riduzione teatrale de Il barone rampante, chiesi se gli andava di passare il manoscritto a Italo Calvino. Lui, lesse e mandò delle osservazioni. Per me era il padreterno, quindi feci come chiedeva, e rimandai. Rispose con altre osservazioni. Da intemperante dissi che non avrei più toccato il libro, prendere o lasciare».
Borges
«Il libro uscì prima in una collana curata da Calvino, centopagine, poi nei Nuovi Coralli. Quando vidi il mio nome di fianco a quello di Borges pensai: ora posso pure morire». Vita. «Ho raggiunto il massimo della libertà consentita in una società come la nostra. Sono un re senza l’incombenza delle cerimonie».
Medioevo
«L’unica cosa che ho scritto negli ultimi anni è una commedia teatrale: ”Rainaldo II”, atmosfera da ”Armata Brancaleone”, parla di un mezzo fetente, mezzo barone che diventa principe di Caserta, una parabola sul potere».
Impegno
«Mi piace partecipare ma senza esagerare, preferisco quelli che - in generale - ci credono poco».
Idee
«La pigrizia è la mia ragione di vita».
Il racconto migliore
«”Il prigioniero”. Atmosfera kafkiana. Un uomo chiuso senza motivo in carcere, invecchia nei tentativi di fuga. Ogni giorno fallisce, eppure si ripromette di provarci all’indomani».
Achille Lauro
«Mi voleva bene, era divertente farlo arrabbiare. L’ultima volta che l’ho visto aveva 92 anni, stava al sole sotto il suo palazzo su una sedia di legno, seduto, fra i lavoratori». Letture
«Non ho mai perso tempo, leggevo solo i grandi: Dostoevskij, Kafka, Joyce, Borges, Cervantes, Proust».
Pezzo unico
«La cronaca fedele di un comizio di Achille Lauro a Piazza Plebiscito, prima che si tenesse, con una foto della piazza che ancora non si era vista. Ero caporedattore al ”Roma sera”, il giornale usciva alle 14, il realismo magico, d’obbligo. Ero costretto a scrivere con mezza giornata di anticipo: un indovino, con gli incidenti dovevo stimare i morti prima».
Invidia
«Di tutti gli scrittori solo Compagnone mi disse quanto gli era piaciuto Malacqua. Non so quanto abbia pesato il fatto che lavorassi per un giornale di destra, credo che l’invidia abbia fatto di più dell’ideologia».
Pittura
«Viola. Il colore che uso di meno e amo di più, per la sua profondità. Il mio tema? L’assenza».
Occhi
«Mi manca il centro della visione, ho un glaucoma all’occhio sinistro e il distacco della retina a quello destro. Non posso più leggere né scrivere e così dipingo».
Famiglia
«Perché non ho raccontato mio padre e la sua storia? Lo fanno tutti. Sì, aveva partecipato alla guerra in Spagna con i fascisti. Ma prima si perdeva o vinceva col sangue - mio padre, era un guascone - oggi, si perde o vince con la vergogna».
Soldi
«Pochi, quelli fatti con il libro. Molti quelli vinti giocando a poker con i tipografi del giornale. Ci fu un’estate, che vinsi venti poker su venti».
Calcio
«Ho cominciato con Ciccio Cordova, smesso per via della miopia. Lui è arrivato fino all’Inter di Herrera. Giocavo libero».
Moglie
«Faceva l’indossatrice a Milano, immagina una Naomi Campbell nel 1821, è mezza francese, mezza brasiliana, mezza italiana. Ho sposato una donna e mezza».
Il mattino ha l’oro in bocca
«Sì, divido con Joyce la scena della barba, lunghissima. Ora uso quella meticolosità di rasatura e pensiero: lavorando di memoria».
Quando piove
«Mi riparo, ho smesso di guardare fuori».

Wütendhund

Caneletto_2

Et voilà...

Mare feroce s’infervora furente

tra strani giuochi d’ispecchi color

limatura e cobalto.

Rumor di bombe e violenza,

sed la violenza umana

anche senz’arma perpetra paure et danni.

“Acca nun s’jèsce, accà putite sulo restà.

E guaje a vuje si ve muvite!”;

accussì parlava un vecchierel canuto

et ispido in la barba,

memore di meretrici nottate

funambolistiche arrapature et nottambule ubriacature.

Usava sior Caronte picchiare con mazza

segmentata y picchiettata cum venule

cerulee rosee rosaiche spine,

multa lividure et mulignane facebat

in su le cossie i polpacci glutèique.

Fuimus in parco su posillipinea collina,

quasi simile ad insula,

per etade nostra primigenia

et collocazione social-geographica:

nosotros filios de la borghedìa

– overo media borghesia –

(sed etiam hijos de la puta)

in Palepoli supremamente extensa.

Sicché vecchio Caronte mai concedeva

a nùje scapestrate ‘e ascì a ‘into ‘o parco:

e le nostre mütter usavan affidargli

magna blanca charta per impedirci la fuga.

Finché un dì ch’io andava fuggendo

di gente in gente,

inseguendo rumore d’elicaplani et bombe,

– sed supra toto

per evitare scapaccionata paterna

d’ira postlavorativa inveterata e recondita,

ma repente traboccata –

venni ad imbattermi dans le garage où les voitures

stationnaint.

Et in antro scuro ove come mugghiar marino

vento pareva tempesta,

in infuocati lampioni al neon, laggiù ove giunsi

(me memore misero molte mascalzonate meditai):

Caron dimonio, cu ll’uocchie strafatte ‘a tipo drogato,

se ‘nculava ‘na guaglioncella ‘e trìrece anni,

ca comme abbituata se teneva tutto in silenzio.

Orrida vista di pratiche ancestruose:

orrida repulsa sociale d’infanticidio,

orrore orribilissimo di vana etade.

Eppure scusa esso figura essere,

come condanna borghese y

rimozione forzata carri gru et

repulsione tappata in sughero nell’inconnu

(accussì ‘o vino nun se perde

e nun addiventa aceto)

per non meglio ferire

e gemere sotto tela cruentae sortis.

Esta es ella goccia qui facet

effundere vaso (sed non vasenicòla quae

in napoletano desinamus cum pizza).

Caron demonio, ‘nu poco rattuso, cacciato

a càuci ‘nculo

fu dalla villa d’eleusini misteri.

Esta es la manera en la cual

infra guerra et bicicletta,

infra pugna e pugnetta,

mia

terminò la giovinezza,

quando in April mese m’accorsi

esser primavera di bellezza.

A grande richiesta...

Rubon35 Venerdì 19 ottobre sono stato ospite a RicercaBO, l'evento creato e diretto dai grandi del fu Gruppo 63 tra cui Nanni Balestrini, Renato Barilli e Niva Lorenzini. Ho letto Chuck Palhanhiuk (o come cazzo si scrive) a casa Petrella, un racconto che uscirà verso dicembre per un piccolo editore napoletano, in antologia. Per altre info cliccate qui. Sabato 20 invece ho partecipato al mio primo Poetry Slam e, con grande culo, ho vinto! C'erano un sacco di poeti in gamba, oltre ai miei amici Giovanna Marmo e Angelo Rossi: Enzo Mansueto, Lucio Pacifico e Maria Valente. Special guest Felice Piemontese e MC, naturalmente, Lello Voce. Qualcuno mi ha chiesto di postare i testi letti nella serata. Lo faccio volentieri, partendo dal primo: "Il dimezzare". Se volete saperne di più sullo Slam, cliccate qui.

È tutt’un dimezzar, già!, questa vita:

di palo in frasca o in brace da padella.

È uno stupirsi d’esser colti in fallo

nel pieno dell’amplesso (ahi ahi, fai piano!).

È un dimezzar di leggi e di dileggi

dove ti fanno il pacco e prendi poco

se prendi a paccheri o se pigli il pacco

(ché spacchi poco e prendi nelle pacche).

Ecco le regole di ‘sto Monopoli,

si gioca da Castellammare a Napoli.

S’inizia con la dote che dimezza

senza pagar pedaggio, per natura,

non s’incrementa e cala all’infinito

(se è vero il paradosso di Zenone

dell’immobilità del movimento).

Achille superò la tartaruga

ma si trovò ristretto all’infinito

per monito del new Rinascimento

a rigirar nel vuoto metafisico.

In fondo è tutto un vezzo, un abbassarsi,

un levitar nel fondo, un scomparire,

inabissarsi – hilarica tragœdia –

tra sprazzi, neon di luci & hic et nunc.

È tutt’a-un-tratto il dimezzar di mezzi,

rapido come il soffio del siluro

come testa mozzata che ricada

prima del taglio della ghigliottina:

fulmineo è il cambiamento ëpocale,

come il decadimento radioattivo

metamorfizza nel plutonio l’oro;

come fusione nucleare in atto

o processore a 1000 MHz;

come riforma del latifondismo

ch’espropria contadini detestati,

mezzadri di campagne spodestati

di còltrici e di manti della Terra.

È un dimezzar di mezzi e di risorse;

È un α privativo onnipresente

come un affastellarsi di *****

al posto di un’oscenità del testo;

È un 100/3 all’infinito;

L’ⁿsima potenza frazionata;

z : x = ∞ a 0.

È tutt’un gioco senza vie di fuga,

un labirinto senza Minotauro,

sicché Teseo nemmeno s’è stancato

(che già sta da 6000 anni a girare).

È un dimezzare di visioni oniriche,

di sogni indotti, di allucinazioni,

di epilessie, di farmaci e narcotici,

di metadone in dosi da scalare.

È un dimezzar di alcolici, è una gara

dove non conta più chi vuota prima

ma chi dimezza in modo più veloce.

Nel dimezzar del Mondo resta poco

per dimezzare la dimezzazione,

per rivoluzionare il lento giro

che smezza il dimezzar proprio nel mezzo.

Non c’è ricetto se provi a fuggire,

ché la destinazione è proprio il mezzo,

tra straniamenti e beckettizzazioni

finanche il fine ridiventa il mezzo.

Puoi solo abbandonarti all’incoscienza

nella coscienza etilica del mezzo

e forse consolarti a recitar:

“il dimezzar m’è dolce in questo bar”.

Nekuya

1147590013Cloto, col caldo tolgo
dall’acqua cloro e tergo
col talco i calli al collo
(che colpe, che mi accollo!).

barcollo e infine mollo:
mi calmo e, ob torto collo,
calvo, lo scalpo cullo
in colmo al capo e incollo.

Nekuya

LachesiLa chiesa succhia e secca
le cose in cuore chiuse.
Lachesi, rischio un sacco,
se schiocco le mie accuse.

Sicché mi sento in scacco
(però t’ho chiesto scusa).
Col chiasso sotto casa
mi chiudo a chiave, scosso.

Piscinola Rap

1La voce della metropoli. La realtà nuda e cruda. L’antico equilibro tra avere ed essere, reso ancor più precario dall’abbraccio soffocante del consumismo. È questo il cuore di Spirito & Materia, atteso esordio dei Fuossera, da pochi giorni disponibile nei negozi di dischi. Sir Fernandez, Pepp’J One e O’Iank – al secolo Pasquale Fernandez, Giuseppe Troilo e Giovanni Delisa – giungono finalmente alla pubblicazione del loro primo album dopo circa un decennio di attività nell’undeground, tra collaborazioni, jam sessions e l’uscita di vari singoli.
Le quindici tracce del disco disegnano un universo variegato, in cui si muovono individui affamati di potere ma anche persone in cerca di dignità e di speranza: dai ricordi di un’infanzia vissuta in periferia di Annanz all’uocchie alla rabbia di chi non ha niente da perdere, urlata assieme alla Dogo Gang nel brano Solo andata. I beat duri e martellanti afferrano anche chi a un primo ascolto non riesce a decifrare il dialetto ed è costretto a ricorrere alla traduzione. Alcuni cori restano scolpiti nei timpani, uno per tutti, quello della decima traccia: «è infame, ‘a casa, ‘e passà ncoppa ‘o ccemento, è infame ‘sta marcia d’‘a sopravvivenza». È come se la musica cercasse di schiaffeggiare il pubblico per costringerlo ad agire o, quantomeno, a prendere coscienza di sé, quasi ad alludere che il rap non è semplice messaggio o testimonianza. Il brano Affila ‘e llame, ad esempio, può apparire come un inno leghista alla rovescia, ma in realtà nasconde il significato di un’invettiva contro il vittimismo e di una “sfida” lanciata all’indolenza del Sud.
Come per i Co’Sang di Marianella e gli ‘A67 di Scampia, anche per i Fuossera il rapporto con la periferia assume i tratti di una rivendicazione, quasi orgogliosa, di un mondo sepolto e rimosso dai riflettori della storia ufficiale. «Più che rappresentare una realtà noi cerchiamo di esprimere l’appartenenza alla gente del nostro quartiere e raccontiamo solo quello che vediamo con gli occhi», dice O’Iank. Non a caso, il nome del gruppo è un gioco di parole che sta a significare “l’era del fosso”, con riferimento alla particolare conformazione della piazza Tafuri di Piscinola: «da adolescenti, ogni volta che tornavamo dalla collina del Vomero a casa nostra, scherzavamo appunto sull’idea di “scendere verso il fosso”. Piscinola per noi è questo: una metafora non solo del Sud, ma del mondo contemporaneo». Fare musica può aiutare a risalire la china? I Fuossera sorridono e Pepp’J One risponde per tutti: «la musica è un progetto di vita e non nego che riesca a togliere dalla strada molti ragazzi. Ma, soprattutto all’inizio, richiede fatica e dedizione: bisogna saper fare un passo alla volta, dividendosi tra il lavoro e lo studio di registrazione. E ricordandosi che poche persone sono disposte ad aiutarti. Oggi forse è un po’ più semplice, perché il mercato italiano ha iniziato ad allargare i suoi confini e il rap ormai è un genere musicale riconosciuto».
Seppur così immerso nel mal di vivere napoletano, Spirito & Materia non insegue l’etichetta del “gangsta rap”. Le parole feriscono ma non elogiano la violenza. Il potere della rima è piuttosto quello di sintetizzare concetti crudi e spararli fuori come slogan: «‘e peggio e ‘o Stato ‘nzieme fanno esercito esercitanno carriere, unu braccio ca nce abbraccia e nce stenne». Eppure, l’intento non è ideologico. Siamo lontani dal rap politicizzato dei primi anni Novanta, che nasceva dalle esperienze dei centri sociali e del movimento della Pantera. La nuova ondata napoletana cresce nell’alveo della strada, della cultura hip hop in senso stretto e delle sue discipline. Le rime di artisti come La Famiglia, Co’Sang, 13 Bastardi, Clementino, Puazze Crew e Speaker Cenzou provengono innanzitutto da un senso di sfogo e reazione al malessere sociale: «il rapper non denuncia, ma fotografa una realtà senza necessariamente interferire con un’opinione personale. Noi raccontiamo le cose come stanno, poi sta a chi le ascolta coglierle in un determinato modo», dice Pepp’J One.
3Mi viene in mente la frase di un grande indagatore delle rimozioni storiche, Walter Benjamin, che, ovviamente in altro contesto, affermava di non aver niente da dire ma soltanto da mostrare. In altre parole, il marcio, il dolore e la crudezza appartengono alla realtà e il rapper non deve far altro che trovare le combinazioni di rime giuste per metterli in risalto. I temi trattati dai Fuossera infatti riguardano la vita ai margini, la morsa della criminalità, il consumismo che tutto fagocita e l’ansia di riscatto di una generazione. «Non siamo apolitici», dice Sir Fernandez, «ma non ci riconosciamo in nessun partito o corrente. Se raccontiamo storie nere, di criminalità, è perché questa ha assunto un peso predominante nella nostra società. In periferia, purtroppo, si scorge più nitidamente come il confine tra Stato e Sistema si assottigli. La politica, anziché pronunciare slogan, dovrebbe occuparsi delle strade, delle scuole, dei servizi e delle strutture. Ma ormai la politica, come la camorra, è solo un business e in periferia l’ordine pubblico è garantito paradossalmente dal Sistema».
La musica come narrazione della strada, dunque. Sembra di sentire riecheggiare le parole di Chuck D, storico leader dei Public Enemy, quando definiva il rap come «CNN del ghetto». L’hip hop parla una lingua ancora sconosciuta alla Napoli ufficiale, raccontando quello che spesso, per omertà, si tace. E la musica dei Fuossera – che il 4 ottobre, assieme ai Co’Sang, presenteranno alcuni brani di Spirito & Materia presso l’ex Italsider – testimonia la difficoltà del vivere eppure, allo stesso tempo, la volontà di trovare riscatto.
[dal Corriere del Mezzogiorno - 29/9/07)

Nekuya

AtdLatro per te tra i vetri
rotti dell'atra porta
(aperta solo in parte):
Atropo, potrò averti?

E' un tropo un po' di troppo,
Atropo, l'"atra porta"?
Perire eppure amarti...
Che trappola per topi!

Haiku

Scanner7mctE' il postmoderno, amore:
tutto è già stato fatto.
Non resta
che farci.

Abelardo et Eloisa

Kinderschokolade12rxQuando ero piccolo speravo sempre che da grande avrei fatto il bambino della pubblicità dei Kinder. A diiciott'anni, fu troppo tardi per capire che quello che volevo veramente era buttarglielo al culo, al bambino cogli occhi azzurri e i capelli biondi. Che poi quando sono finito a lavorare in un'azienda di web design (con sede a casa di mio cugino Abelardo) ho capito che quel disegno era fatto al computer. Solo che all'epoca non c'era photoshop e altre menate simili e il computer era in realtà il Commodore Vic 20 che funzionava con le cassette. Mio cugino Abelardo per sfregio si rubava le cassette coi giochi come The Last Ninja, Ghostubusters o Zorro e ci registrava sopra i rumori che fanno le persone che stanno copulando, del tipo: Aaaaahh... Eeehhh... Uh sì... Ggggghhhh... eccetera. Un giorno ho preso una cassetta, l'ho spaccata a metà, ho tirato fuori il nastro e gliel'ho attorcigliato attorno al pisello nel momento in cui lui me l'aveva appoggiato sulla spalla per farmi uno scherzo.
A me non piacciono i Kinder, preferisco il Lion, perché contiene uno strato di caramello che racchiude una croccante barretta infarcita di caramello mou. Un giorno mio cugino Abelardo mi ha chiesto se facevamo a gara a chi riusciva a mangiare più Lion, io ne ho mangiati 14 e lui 16. Dopo mezz'ora però ho iniziato a sudare, avevo il cuore che batteva forte e mi sentivo qualcosa nello stomaco: mentre correvo in bagno ho sentito una sostanza strana scivolarmi sulle gambe. Quando sono andato in bagno mi sono accorto che non era sangue né diarrea né pipì, ma era mio cugino Abelardo che mi aveva spruzzato per scherzo l'inchiostro finto nel pantalone. Allora mi sono incazzato, gli ho tirato un pugno nello stomaco e lui ha vomitato un Lion a forma di Kinder. Poi io ho compiuto 18 anni e sono iniziate le trasmissioni di Gad Lerner colla gente che in teoria vorrebbe mettersi col culo da fuori a dire "Lo vedi questo! in faccia, te lo metto!!!" ma in realtà dice "Signore... per cortesia... se lei mi lascia parlare...". E' per questo che mio cugino Abelardo ha installato a casa nostra una parabola per prendere anche i canali sporchi senza pagare.