Systemania, ovvero «la mania sistematica di fare musica», come recita una voce nella traccia d’introduzione al loro disco di esordio. I say yeah! sarà infatti nei negozi a partire dall’11 aprile, per l’etichetta indipendente 1mLab. Un album che fin dalla copertina strizza l’occhio alla musica house degli anni Novanta: «il titolo del disco è l’esplicita citazione di una famosa hit di Stefano Secchi: con questo vogliamo richiamare l’attenzione sulla necessità di coinvolgere il pubblico, di intrattenerlo nello stesso momento in cui gli si comunicano concetti. Sebbene in maniera superficiale, la “spaghetti dance” ha avuto il merito di rendere partecipe un pubblico prima di allora inimmaginabile per l’Italia», dichiarano Ra’ e Sonny. I due componenti del gruppo – al secolo Raffaele Ammendola e Diego Nasuto – sono entrambi nati a Castellammare di Stabia all’inizio degli anni Ottanta: una terra nota per aver dato natali ad artisti come Annibale Ruccello, Raffaele Viviani o Luigi Denza, ma anche per aver visto proliferare grandi famiglie camorristiche. Eppure, i Systemania si sentono distanti dall’hip hop napoletano che narra di malavita e delinquenza, e non per una semplice ragione geografica. Piuttosto, in questo loro primo disco domina un modo del tutto peculiare di guardare al mondo e alla realtà che li circonda: «i Fuossera e i Co’Sang raccontano la marginalità dei quartieri periferici in cui vivono e i loro suoni risentono di quel realismo e di quella crudezza» dice Ra’, «anche noi raccontiamo quello che abbiamo sotto gli occhi: il conformismo e il silenzio della nostra provincia, in cui però può sempre trovarsi, scavando a fondo, un’umanità ricca di storie».
I say yeah! arriva dopo una lunga gavetta, che ha visto i Systemania partecipare ad Arezzo Wave e aprire i concerti per artisti quali Almamegretta, Cor Veleno, BiscaZulù e Colle der Fomento. I 19 brani dell’album parlano con freschezza di problemi quotidiani, di difficoltà di adattamento, della impossibile integrazione in una società diffidente e ostile. Il tutto senza urlare slogan o proclami, ma attraverso le voci di ragazzi, sondandone la psicologia e disegnando scenari che spaziano dalla superficialità delle feste borghesi alla solitudine delle camere da letto, dalla solarità dei paesaggi di costiera alla penombra delle periferie. Se vi è presente una critica ai costumi o alle caratteristiche proprie della società meridionale, questa viene condotta sempre attraverso la satira e l’autoironia, le armi più efficaci in quanto capaci di fissare il malessere sociale dall’interno, dalle implicazioni psicologiche di chi ne sortisce gli effetti. Il brano intitolato M.E.F. – acronimo per Mast’ ‘e fatica – ne è un esempio. Al ritmo di un ragamuffin vorticoso, con bassi che rimbombano nello stomaco prima che nei timpani, vengono narrate le disavventure di un garzone al servizio di un datore di lavoro preoccupato solo di aumentare il proprio fatturato. È una tipica storia del Sud: niente contratto, orario impossibile e nessuna tutela sul lavoro. Ma all’argomento sociale non corrisponde nessuna disperazione nel testo del brano, che alterna l’inglese sgangherato dei cori alle rime scanzonate dei versi: «tieni troppe spese, per questo mi tieni a nero: / c’è la Multipla di nonna, la pelliccia di tua mamma, / il figlio di tua figlia (ma quello è un fuori programma)».
Siamo lontani dunque dal gangsta rap così come dall’epoca delle posse, in cui la musica era messa a servizio della narrazione politica, dei movimenti, delle rivolte studentesche. I Systemania guardano molto più indietro, ritornando alle origini, quando la musica nasceva in funzione delle feste e il ritmo era valutato innanzitutto a partire dalla sua “ballabilità”. Come è noto, le basi del rap sono ottenute trasformando campionature prelevate da vari generi musicali. Se la vecchia scuola dei Public Enemy o dei Run DMC utilizzava porzioni di musica funky, i Systemania utilizzano una moltitudine di generi differenti: house, elettronica, reggae e ragamuffin, con una predilezione per quest’ultimo, la cui velocità ritmica rende la musica decisamente ballabile. Alla contaminazione sonora contribuisce tra l’altro la collaborazione di molti artisti: dai conterranei Frankie Flow e I Pennelli di Vermeer agli stranieri Mc Deux, Vidda e Vito Eme. Sul fondo, però, domina sempre un forte influsso della melodia, che è inscritta nel dna italiano e soprattutto meridionale: «la musica deve coinvolgere il pubblico. Gli argomenti duri e sconvenienti non devono per forza essere accompagnati da basi pesanti o lugubri: un esempio per tutti è quello di Bob Marley, che poteva parlare di schiavitù e di soprusi costringendo la gente a ballare», dichiara Sonny.
Ma accanto al ritmo accelerato, nel disco non mancano brani lirici e ballate, testimoni della maturità dei Systemania, che pur sono appena agli esordi discografici. È il caso innanzitutto di Stanotte nun riesco a durmì e Runaway, vero e proprio diario della impossibile fuga di un adolescente dalla propria realtà. Ma è anche il caso di Ale, forse la traccia più bella dell’album, dove su un beat che ricorda i brani migliori de La famiglia viene narrata la storia di una ragazza incinta, abbandonata dal proprio compagno. In tre fasi differenti, assistiamo al concepimento, al parto solitario e ai primi pensieri del neonato, venuto alla luce già con la consapevolezza di ciò che lo attende: «M’hanno parlato ‘e forme, culure, ma che sarranno? / M’hanno raccuntato ‘e tutte ‘e llacreme che ha perso mamma. / M’hanno vuluto e chesto è ‘o munno: ma senza sorde, / saje c’‘a terra de l’ammore poi addeventa ‘a terra d’‘a discordia».
[pubblicato sul CORRIERE DEL MEZZOGIORNO - 10/04/2008]
Il libro di Marcello Ravveduto, uscito pochi mesi fa per Liguori, colma una grossa lacuna nell’ambito della pubblicistica su Napoli. Tra i vari reportage e le tante inchieste, spesso ripetitive, mancava un testo che affrontasse a viso aperto uno dei fenomeni sociali più controversi degli ultimi anni: la musica neomelodica. Napoli... serenata calibro 9 affonda le mani nel pieno di quella “cultura dell’omogeneità”, ricostruendo con un taglio sociologico il contesto culturale in cui sono maturate canzoni come ‘Nu latitante, ‘O killer e Napule carcerata.
Il volume parte da una ricognizione storica, individuando nella sceneggiata di Mario Merola il ponte di congiunzione tra la musica napoletana classica e la canzone neomelodica. La sceneggiata infatti, a torto o a ragione, è interprete dei valori tradizionali, esprimendo vizi e virtù del popolo. Già la generazione successiva a Merola, con le canzoni di malavita di Pino Mauro e il partenopop di Nino D’Angelo, rappresenterà l’avvenuto salto nella “modernità”, traducendo in musica il sentimento delle generazioni cresciute nella sterminata periferia urbana. In effetti, è proprio la «cruda applicazione del funzionalismo urbano», come scrive Giuliano Amato nella prefazione, ad avviare un processo di separazione dei diversi strati sociali. A partire dal dopoguerra, l’eclissi dello Stato e la segregazione in cui versano molte zone cittadine, determina la nascita di veri e propri Quartieri-Stato in cui la mentalità camorristica egemonizza ogni forma di espressione popolare. Nasce la “napoletaneria” che, secondo una definizione presa in prestito da Raffaele La Capria, è una forma di esibizionismo degradante, una rappresentazione fine a sé stessa: «ogni quartiere realizza un’isola sociale e culturale staccata dal resto della città che viene vissuta solo come sbocco di consumo della produzione musicale locale».
In realtà, i temi cari ai giovani neomelodici non si identificano completamente con la mentalità camorristica e il culto dell’aggressività, ma guardano piuttosto alla vita quotidiana dei quartieri popolari: amori non corrisposti, marginalità sociale, difficoltà economiche, contrasti familiari ed omosessualità. Il vero problema è semmai la mancanza di un orizzonte critico: la musica neomelodica, immersa in uno scenario apparentemente moderno e in movimento, ripropone in realtà i valori e gli schemi immutati di una società chiusa. Chi scrive rime come «’E guagliuni ‘e ‘stu rione / quanno senteno ‘e canzoni / ‘Int’ ‘e machine importanti / cantano meglje d’‘e cantanti» non punta ad un pubblico eterogeneo, ma interloquisce solo con chi è capace di ascoltarlo in quanto vive in prima persona le storie raccontate.
Il problema centrale che emerge dall’analisi di Ravveduto è dunque lo stesso a cui l’autore accennava nel volume Le strade della violenza, scritto nel 2006 in collaborazione con Isaia Sales: l’assenza dello Stato, la mancanza di politiche di integrazione, la lontananza dei ceti dirigenti e degli intellettuali da una cultura popolare che è costretta a cercare altrove – in modo distorto – il proprio sostentamento. Non si spiega altrimenti il divismo dei cantanti neomelodici, accolti alle cerimonie o nelle feste di piazza come star televisive. Lungi dall’essere una genuina forma di neorealismo popolare, come scriveva Erri De Luca, la musica neomelodica rivela piuttosto «la capacità “plebea” di metabolizzare la modernità attraverso un pop etnicamente marcato» e rappresenta l’altro versante di una cultura del disagio, che troverà piena espressione in forme musicali più mature e critiche, quale innanzitutto l’hip hop degli anni Novanta.
[pubblicato su OSSERVATORIO SULLA CAMORRA - 03/04/2008]
[Un assaggio da un racconto tratto dall'antologia che trovate qui accanto: "Tutta colpa di dio", edito da Ad est dell'equatore, da oggi in libreria. Clicca per maggiori info]
AC|CÌ|DIA s.f. – avversione all’operare mista a noia e indifferenza (DIZIONARIO DE MAURO PARAVIA)
Quest’inno si gorgoglian ne la strozza, / ché dir nol posson con parola integra (DANTE, INF. VII)
1.
L’editore A est dell’equatore mi ha chiesto di scrivere questo racconto per l’antologia sui peccati capitali. A finale io gli ho risposto che normalmente mi caco il cazzo pure di respirare e lui mi ha detto: «Appunto, devi scrivere un racconto sull’accidia». Io poi ho aggiunto pure che in genere l’ispirazione mi viene solo se vedo, nell’ordine:
1) una carta da cento euro
2) una femmina
3) una bottiglia di whisky
Lui ha ribadito che l’antologia è una cosa importante, che girerà un sacco e venderà tonnellate di copie pure perché ci sta gente famosa, dentro, e ha aggiunto pure: «Guarda che la leggeranno un sacco di femmine», prospettandomi quindi chiaramente la possibilità di chiavare. Lasciando da parte la professionalità – che non ho voluto mettere in discussione per evitare di venire alle mani – ho fatto due più due e ho pensato che magari questa era la volta buona che trovavo una femmina a cui piace chiavare stando sopra. Il casino di quando chiavi è che infatti, se stai tu sopra, devi fare una fatica del diavolo. E alla mia ragazza piace stare sotto (infatti è un anno circa che non chiaviamo).
Risolto questo problema mentale, mi sono subito reso conto che ce n’era un altro e cioè che non avevo niente da dire, pure perché se uno volesse scrivere veramente un racconto sull’accidia in maniera onesta dovrebbe lasciare le pagine in bianco, così:
cioè, quello che voglio dire è che uno scrittore non è che può bell’e buono inventarsi una storia dal nulla. L’editore mi ha detto pure «Scrivi qualcosa di strano, di imprevedibile» e mi ha consigliato di rileggermi i romanzi di Chuck Palaniuk (o come cazzo si scrive). Questa cosa mi ha messo sinceramente in crisi. E infatti sono stato quasi quattordici minuti a scervellarmi davanti al computer. Poi mi sono accorto che era l’una di notte passata e ho acceso il televisore. Sull’uno c’era Marzullo che rompeva il cazzo, sul due c’era un telefilm di vent’anni fa, sul tre c’era Ghezzi che commentava un film di quando ancora non esisteva la televisione, il quattro il cinque il sei e il sette non si prendono bene perché dovrei far aggiustare l’antenna, e finalmente sull’otto, su una rete privata, ho trovato la tizia dell’144. Ho spento il computer e mi sono seduto sul divano.
2.
Il mio padrone se chiamma Angelo Petrella e dice che di lavoro fa ‘o scrittore. Secondo me invece di lavoro fa ‘o strunzo, pure pecché l’unica cosa che l’aggio visto scrivere in vita mia è ‘a schedina d’‘o superenalotto. Secondo me è pure ‘nu poco ricchione. Numero uno pecché ogni vota che si sceta ‘a matina mi viene vicino e mi accarezza sotto al collo, appunto, comme fanno i ricchioni; numero due pecché sta sempre, d’‘a matina alla sera, buttato ‘ncoppa a ‘nu divano senza fa ‘nu cazzo. Va dicendo in giro che gli piace giocare cu’ mme, ma non è ‘o vero: il massimo del gioco per lui è lanciarmi ‘na pallina ‘e tennis ca fa cchiù schifo ‘e isso mentre sta assittato ‘ncoppa ‘a tazza d’‘o cesso. Ma mica solo con me è accussì. Pure la guagliona, povera crista, quando torna a casa dopo aver faticato una giornata sana dint’ ‘o call-center e si butta sul divano sperando di chiavare, lo trova che o sta durmenno o sta guardando ‘a televisione. A me, si nun ce fusse ‘a guagliona che una volta ‘a semmana mi fa uscire per fare una passeggiata, mi troverebbero colla panza e col fegato schiattato: chillu curnuto infatti mi fa mangiare solo ‘e scatolette perché dice che sono più salutari. Ma quanno maje, ‘a verità è che se caca ‘o cazzo pure di pigliare gli avanzi dal piatto e buttarli per terra. E poi nun me fa maje uscire di casa; se qualcuno glielo fa notare, lui gli risponde cu’ ‘na cazzimma esagerata dicendo: «Vabbè, ma quello ormai il cane è adulto, se c’ha bisogno esce da solo». Sì, e ‘a porta come la apro: cu’ ‘e ccorna ca tieni?
Quando c’è il sole, anche se tira un vento forte, al porto di Pozzuoli sembra sempre estate. Il mercato del pesce e il viavai di auto che si imbarcano per le isole riempiono l’aria di suoni e odori. Passeggiando con Davide Morganti per i vicoli che delimitano il rione Terra, tra i cassonetti traboccanti di immondizia, sono tentato di chiedergli dove esattamente si collochino quelle «stradine laterali del porto di Pozzuoli, dove si perdeva la poteca di Procolo, che venivano periodicamente sommerse da un velo d’acqua», di cui si parla nel suo ultimo romanzo. L’asciutto e la marea (158 pagine, 11 euro), da pochi giorni in libreria per l’editore Gremese, è infatti una narrazione sospesa perfettamente tra il realismo dell’ambientazione e la visionarietà dell’intreccio, sempre pronta a rimandare a suggestioni letterarie, citazioni bibliche e riferimenti alla cultura ebraica.
La storia è quella di Procolo, un sarto puteolano che assomma a sé una serie di paradossi: non solo è un vampiro di fede cattolica e borbonica, ma il suo corpo è posseduto da un Yabashah, demone ancor più potente di lui. Parallela a questa è la storia d’amore e di ossessione tra Luz e suo marito Yankev, burattinaio praghese disceso in Italia sulle tracce di Pergolesi, ma in realtà alla ricerca del demone. Epicentro della narrazione è una Pozzuoli ottocentesca in cui gli influssi di una mitologia flegrea immobile e scolpita nel tempo si accavallano con i sentori di un’età nuova, portatrice di palingenesi o forse più probabilmente di apocalisse. I presagi del disastro imminente ci sono tutti: la terra che si abbassa a causa del bradisismo, la marea che minaccia di sommergere la città, i cadaveri di donne con il corpo prosciugato ritrovate per strada, l’epidemia di colera che invade Napoli. I segnali inquietanti lanciati da Pozzuoli, terra vissuta dall’autore ma perennemente lambita da suggestioni letterarie, testimoniano la fine di un’epoca e al tempo stesso allegorizzano la rovina del mondo a noi contemporaneo.
«Amo la Pozzuoli letteraria descritta da Francesco Costa e da Manlio Santanelli» dichiara lo scrittore, «ma soprattutto avverto che l’area flegrea, soggetta a tutti i mutamenti propri di una zona vulcanica, è di per sé simbolo di mutamento, di affannosa e improbabile ricerca di una stabilità. In questo senso, la conformazione fisica di Pozzuoli sembra coincidere con il carattere inquieto dei personaggi di cui racconto le storie». Il senso di precarietà della materia, sempre votata alla dissoluzione o alla distruzione, è ciò che in effetti accomuna L’asciutto e la marea, scritto circa un decennio fa, ai lavori più recenti di Morganti: innanzitutto a Moremò (Avagliano, 2007), storia di un bambino che si muove nei vicoli del Rione Terra in un’affannosa ricerca della vecchiaia a tutti i costi. Ma anche, stilisticamente, al racconto che dà titolo alla raccolta Cedolario dei fuochi di Amerigo Vargas (Graus, 2004), in cui l’espressionismo del dialetto parlato dai personaggi cozza contro la ricercatezza dell’italiano utilizzato dal narratore. Il linguaggio di Morganti sembra raccontare la sofferenza e la gioia con uguale distacco, con apparente neutralità: «non amo particolarmente scrivere in dialetto, ma lo ritengo una lingua necessaria, l’unico idioma che riesca a penetrare in parte l’universo chiuso e spesso doloroso della gente del popolo, pescatori, sarti, manovali». Ma a un livello più profondo, celate dietro le figure e le allegorie del testo, si nascondono la partecipazione e, anzi, la rabbia per l’esistenza stessa del dolore. Una per tutte, la figura paradossale del Yabashah, vampiro d’ispirazione ebraica che, a detta dello stesso autore, è costruita prendendo spunto dal primo capitolo della Genesi: «nel nono versetto si legge vetera’eh hayyabashah, ovvero “appaia l’asciutto”. Volevo creare una creatura ebraica mitica, ossessionata dall’acqua come il popolo di Mosé nel deserto, che portasse nei tratti somatici l’orrore e il dolore dei lager. Una figura lontana dal vampiro di tradizione cattolico-occidentale, assetato di sangue e intimorito dagli oggetti sacri».
Arrivati ormai all’altezza della darsena, la vista della chiesa dell’Assunta a Mare diventa appunto un pretesto per chiedere a Morganti del suo rapporto con la tradizione cristiana e con quella ebraica, delle cui citazioni i suoi romanzi sono zeppi: «il cristianesimo e l’ebraismo sono fratelli spuri, che fingono di amarsi: il primo proietta la sua essenza verso la vita eterna, il secondo invece verso la vita e basta. Forse per questo sono stato a un passo dalla conversione all’ebraismo. Ma comunque resto, di entrambi, un innamorato non corrisposto». Riorniamo indietro, verso i vicoli che costeggiano il rione Terra. Cassette di frutta vuote e cartoni occupano il marciapiede. Come per uno strano prodigio, un’onda un po’ più forte schizza fuori un getto d’acqua che invade la strada a pochi metri da noi. Morganti mi guarda e sorride imbarazzato. So che ha pensato, come me, ad uno dei paragrafi di chiusura del suo libro: «ho immaginato Pozzuoli sporca, lacera, immersa nell’acqua come per purificarsi, perennemente in bilico tra l’asciutto e il mare, incapace di trasformare il movimento in storia».
[pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno - 2/2/08]
Il mio compleanno. Appena finito di rivedere "Io sono leggenda".
CINEMA: Modernissimo
LOCALITA': Spakkanapoli
FREQUENTAZIONE: pessima.
NOTE: ragazzini urlavano ai telefonini frasi del tipo "Uah, sta ascenno 'o mostro!", "Ma l'hanno acciso?", "Uh'anema, comme è brutto chisto!" etc.
Non si capiva se i vampiri erano quelli sullo schermo o quelli in sala.
Un mio amico ha quasi picchiato due bambini e ha quasi rischiato di farsi accoltellare.
In tutto questo, sono le 2.29 e io ho trent'anni.
Sono troppo vecchio per queste stronzate.
Trent'anni. Cazzo.
Ormai sono tregenda.
Incontro Marc Esposito in un bar nei pressi di piazza Bellini, pieno centro di Napoli. I segni della semi-alluvione di questa notte ormai sono irreperibili e le poche pozze d’acqua fangosa e “munnezza” superstiti emanano un odore fetido. Tra tutti i turisti c’è chi storce la bocca e chi il naso, ma Marc sorseggia quieto il suo tumbler di J&B. «A Parigi è peggio. Da quando è arrivato Sarkozy i servizi sono regrediti. O forse sono io che ho una soglia della tolleranza più bassa: sto diventando un bastardo gollista». Da quando l’ho conosciuto, Marc non ha mai perso un’occasione per dire quello che pensava. Come a Cannes, dove era accreditato per una rivista di poco conto, nel vedere Vincent Cassel gli gridò: «Ti sei sposato quella stronza! Ora sono cazzi tuoi». I giornalisti, tutti allibiti; Cassel rideva mentre i buttafuori lanciarono Marc dalle scale di servizio. Chi lo avrebbe mai detto che era proprio lui “l’écrivan le plus grand, le deuxiéme, just aprés Céline” come mi disse chi me lo presentò quel giorno, al Bistrot des artistes nel centro di Parigi.
Marc non ha avuto la stessa fortuna, almeno finora: quattro romanzi all’attivo – di cui l’esordio clamoroso subito tradotto in Italia ed esaurito (Sotto un treno, Pironti, 1996) – due raccolte di poesie e una serie innumerevole di sceneggiature per la televisione. «Il cinema no, non mi interessa. Gli unici film che guardo sono dei vecchi VHS di Federico Fellini. Perché? Perché il cinema è profondamente noioso, almeno quello di oggi. E poi non ti puoi ispirare ai film: vedi quelle tremende boiate di Tarantino e di Scorsese. Ormai copiano gli uni dagli altri. Non c’è più speranza». È strano sentirlo parlare così, dal momento che Daniel Auteuil e Mathieu Kassovitz se lo contendono da anni per firmare una sceneggiatura che tratti della sua vita. «Non è vero, volevano solo un soggetto. E non volevano pagarmi – ride Marc – ma non so se lo farò, sono troppo impegnato con il nuovo romanzo».
La vita di Marc ricorda quella di uno scrittore del Novecento. Ma, data la sua giovane età (32 anni a settembre), non si può dire che non appartenga soprattutto al nuovo millennio. Nato da padre italiano e madre francese, viene abbandonato da quest’ultima in orfanotrofio ad appena 3 anni, dopo la morte del padre, nel 1979. Cambia 12 istituti scolastici in giro per l’Algeria e la Francia, fino a conseguire non senza tribolazioni il diploma e poi iscriversi all’università. Ma all’età di 19 anni abbandona improvvisamente e si arruola nell’esercito, per disertare dopo pochi mesi di leva e rifugiarsi in Messico. «Quei figli di puttana in caserma non mi permettevano di bere. Un vero inferno. C’etait degueulasse!» grida, spaventandomi e facendo girare buona parte degli ultras che siedono sulle panchine. Ho paura che si accorgano della sciarpa che Marc porta al collo. I colori inconfondibili del Paris St. Germain: «Odio il calcio, ma amo la violenza. La mia squadra è composta da bastardi nazisti, ma sanno picchiare bene e mi ci adeguo». È strana la sua frase, soprattutto perché sul polso destro c’è tatuata una falce e martello con tanto di stella rossa.
Come scrive Amélie Nothomb nella introduzione al suo ultimo romanzo, ci vogliono almeno tre giri di interpretazioni per capire quello che veramente Marc intende dire. E infatti, in “La gueule de bois” (Mercure, 2006) il protagonista è un pescatore che vive nelle Ardenne ed è alla frenetica ricerca della gamba amputata di Rimbaud, convinto che alcuni poeti parnassiani l’avessero imbalsamata e conservata in vista della resurrezione dei morti. Prima di capire che dietro l’apparenza comica si cela una tragedia, e prima di capire che dietro la tragedia si cela una riscrittura niente meno che dell’”Orestea”, l’occhio non attento deve allenarsi a leggere i dettagli celati dietro «le parentesi, perfino dietro una virgola». L’apertura alla molteplicità del testo in Esposito fa venire in mente i racconti-saggio di Borges, che non a caso resta una delle sue fonti d’ispirazione assieme a Jean-Patrick Manchette: «Il sogno della mia vita è riscrivere uno dei libri della Bibbia capovolgendolo e proiettandolo in un presente di diseredati, ubriaconi, tossici e figli di puttana. Pensate solo voi di avere la spazzatura, la camorra e queste stronzate? Vatti a rivedere i film di Vigo o a rileggere Jarry. Era tutto là, tutto là…». Prima di obiettare qualcosa ci penso tre volte, anzi quattro, una in più di quanto necessitino i suoi libri. L’ultima occasione in cui qualcuno gli ha obiettato qualcosa è stato a un reading poetico in Cornovaglia, dove Marc ha legato un critico alla sedia, gli ha versato una bottiglia di vodka addosso e poi si ha cominciato a succhiargli la camicia. E’ strano vedere che i personaggi dei suoi libri, in realtà, sono tratti solo da se stesso: come il medico impazzito di Midi (Gallimard, 1998) o il personaggio di Jean-Jacques, dell’omonimo ciclo di poesie ancora inedite.
La vita di Marc, dalla diserzione, non è stata più la stessa: «Dal Messico, dove ho lavorato per 6 anni fino a che non finì il processo, me ne andai a malincuore. Ma sapevo di dover tornare in Francia e parlare delle mie periferie, le banlieux che voi aberrate ma da cui in realtà parte l’energia che travolge la cultura europea. L’Ile-de-France ricorda Napoli e poi… Ma ora basta con quest’intervista, mi sono rotto le palle». Non posso che trascrivere le parole che lui mi detta con un sorriso amaro. Dietro il suo linguaggio si cela una vita presa a pugni, che lo ha preso a pugni. Ed è questo il fascino della sua scrittura, che non arretra, che può cadere nello sconcio o emigrare nel metafisico. Ma che non appare mai falsa. Gli strappo di mano la copia di “Sotto un treno” che lui stesso stava strappando, gli nascondo la sciarpa nella tasca della giacca e lo trascino via dalla piazza, via dagli ultras che ormai ci guardano inferociti. «Salauds!», urla. Gli ultras mi chiedono di tradurre e io mento: «Saluti!». Sembra proprio la scena del suo libro, quando il soldato torna dall’Algeria e si butta in mezzo a un gruppo di algerini urlando «Ero un soldato». La tragedia e il comico si fondono. Oltre Kafka. Oltre il Novecento.
[a breve in SPECIALE ANTEPRIMA un racconto inedito dello scrittore francese!]
Giovanni Cattabriga e Luca Di Meo sono rispettivamente i numeri 2 e 3 del collettivo Wu Ming. Per chi non lo sapesse, “Wu Ming” è un’espressione cinese che, a seconda della pronuncia della prima sillaba, sta a significare “nessun nome” ovvero “cinque nomi”. I componenti del gruppo, infatti, sono cinque scrittori di diversa generazione che preferiscono non firmarsi con i nomi anagrafici per preservarsi dal meccanismo di mitizzazione dell’autore, così caro al mercato editoriale. Riesco a incontrare uno dei due autori impegnati, in questi giorni, in un tour napoletano di presentazioni del loro ultimo romanzo Manituana.
Come nel libro d’esordio Q, anche in Manituana il collettivo bolognese sfrutta l’idea di riscrivere un capitolo fondamentale della Storia occidentale. Il romanzo è infatti ambientato all’alba della rivoluzione americana, nelle terre della comunità meticcia di irlandesi, scozzesi e indiani, al confine con l’attuale Canada. La guerra manda in frantumi la pacifica convivenza e, tra lealisti e ribelli, scatta una gara per contendersi l’alleanza della Lega delle Sei Nazioni Irochesi. «Il nostro progetto narrativo è essenzialmente epico e mira a raccontare la parte sbagliata della Storia, la realtà della moltitudine di perdenti sulle cui rovine la civiltà ha poggiato le sue pietre», dice Wu Ming 3. Mi tornano in mente le parole scritte da Roberto Saviano in una bella recensione al libro: «Manituana non è in nessun modo l’ennesimo testo sui pellerossa. Ma è un raccontare la gestazione del mondo moderno, la gravidanza della Storia che avrebbe partorito il mondo che oggi abbiamo. Ma che avrebbe potuto generare altro». Saviano e i Wu Ming, pur separati da una formazione profondamente differente, condividono una medesima idea della funzione letteraria: «nella condizione in cui versa la realtà italiana è difficile farsi illusioni sul presunto potere della letteratura», continua Wu Ming 3, «ma la forza epica della parola narrativa è qualcosa di innegabilmente reale. Prendiamo Gomorra: ciò che ha colpito il grande pubblico non è tanto l’aspetto documentaristico del romanzo, quanto quello narrativo, che riesce a raccontare una storia che appartiene a tutti. Un’immagine come quella di Pasquale – il sarto di Arzano che confeziona il vestito di Angelina Jolie – arriva a colpire l’immaginario collettivo laddove un’analisi sociologica sul lavoro sommerso fallirebbe».
Nei pressi dell’università Orientale, dove ci siamo dati appuntamento, la spazzatura trabocca dai cassonetti e, data la pioggia, una pozza di acqua e melma stagna a pochi metri da noi. Wu Ming 3 la fissa assorto, poi si accende nervosamente una sigaretta: «nonostante sia nato a Napoli non riesco a ritornarci molto spesso. E perciò mi fa ancora più rabbia toccare con mano quanto sta accadendo». La discussione cade inevitabilmente sul tema dell’emergenza rifiuti. Ancor più perché tra poche settimane uscirà in libreria un nuovo libro del collettivo bolognese, intitolato Previsioni del tempo: si tratta di un romanzo edito nella collana Verdenero, promossa dalle Edizioni Ambiente, che dall’inizio del 2007 porta avanti una campagna contro le ecomafie e i crimini ambientali, in collaborazione con Legambiente. Celebri autori di noir come Giancarlo De Cataldo, Sandrone Dazieri e Simona Vinci hanno già partecipato al progetto. «In questi ultimi anni l’attenzione degli intellettuali sui mali di Napoli è stata forte. Ma sono stati soprattutto i produttori culturali – scrittori, musicisti, artisti – a fotografare la realtà dei fatti nuda e cruda. Il processo creativo, a volte, arriva prima della speculazione intellettuale», dichiara Wu Ming 3.
Previsioni del tempo è un romanzo che ben si inserisce nel contesto della nouvelle vague napoletana che descrive i mutamenti della città, della sua cultura e dei suoi drammi già dal finire degli anni Novanta (si pensi anche solo al lavoro di Giuseppe Montesano, Davide Morganti o Peppe Lanzetta). Il nuovo lavoro dei Wu Ming, in libreria dal 13 febbraio, è il racconto di un viaggio di andata e ritorno in camion, dal Nord Italia all’area casertana, per smistare tonnellate di scarti dell’edilizia. Tra speculatori finanziari e bassa manovalanza cinese, il romanzo non disdegna uno stile pungente e ironico con eccessi di comicità pura, unico modo per tollerare il racconto della tragedia contemporanea: «la mafia dei rifiuti speciali in Campania è una delle fonti di guadagno illegale più redditizie che ci siano. Per questo ci sembrava che solo attraverso un romanzo potessimo raccontarla in modo pieno». Il riferimento alle implicazioni della camorra nel problema dei rifiuti è inevitabile. E quindi chiedo a Wu Ming 3 cosa ne pensi di un articolo apparso pochi giorni fa sul Mattino, dove il pm Raffaele Cantone confutava con forza la tesi sbrigativa secondo cui le responsabilità dell’emergenza campana fossero da attribuirsi esclusivamente alla camorra. Gli interessi che ruotano attorno al ciclo dei rifiuti sarebbero, infatti, anche di natura politica e variamente imprenditoriale. «Non c’è dubbio che le responsabilità siano molteplici. E non c’è dubbio che la politica, di destra e di sinistra, faccia a gara nel cercare alibi. Ma il vero quesito è se cambierà la mentalità della gente, che ormai sembra assuefatta a una cultura del lassismo e dell’indifferenza: solo quando la puzza della munnezza arriva sotto casa la dignità del cittadino si risveglia. Ma a quel punto è troppo tardi. E fare la guerra, incendiando cassonetti e autobus, non serve a niente». Mi viene in mente una delle frasi di apertura del romanzo 54, che recita: «Gli stolti chiamano “pace” il semplice allontanarsi del fronte». Quando la pronuncio Wu Ming 3 sorride e spegne la sigaretta. Poi, come un miraggio, osserviamo un camion dell’Asia che, da lontano, si avvicina al cassonetto al lato della strada per raccogliere i rifiuti.
[pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno del 12/01/08]
...era dietro casa mia, giuro, legato a un palo della luce. Era là da almeno 6 settimane, con cagate di piccioni incorporate e la signora del basso accanto che urlava a proposito del fatto che il motorino le occupava "il parcheggio" da più di un mese e mezzo e che, quando sarebbe tornato il marito, me lo avrebbe aizzato contro... Ho dovuto giurarle che me lo avevano rubato...
E' successo questo: un mese fa ho preso per l'ultima volta il motorino dal garage abusivo in affitto che avevo vicino casa mia, il giorno prima di ricevere una telefonata da Irvine Welsh (che però aveva sbagliato persona). Poi, a quanto io ricordi, l'ho parcheggiato nel parco di mia mamma, dall'altro lato della città. Ieri mattina vado a casa di mia mamma e il motorino di merda non c'è più. Allora penso: vuoi vedere che per un lapsus da drogato figlio di puttana l'ho lasciato nel garage abusivo in affitto e ho dimenticato di prenderlo? Vado nel suddetto garage e, ovviamente, trovo i sigilli della polizia con su scritto "Locale posto sotto sequestro". Il proprietario è introvabile, forse suicida, forse più probabilmente in galera. E io non saprò mai se il mio bello Sky nero con bauletto, paravento graffiato e adesivi con il cane che alza il dito medio, sia stato rubato o sequestrato. Per di più ho appena perso 16 euro di merda a tombola, perché i miei parenti c'hanno il culo grande "al punto tale da farci entrare la Queen Mary ed avere ancora spazio perché passi la processione del venerdì santo" (per citare Bukowski).
La cosa più importante comunque non è questa, ma è che il romanzo italiano purtroppo è in declino. Il gioco di specchi, il rimando al linguaggio televisivo, la frammentazione dell'io e tutte le altre stronzate postmoderne ormai non attecchiscono più nemmeno sulla narrativa americana: il pubblico vuole il genere, le grandi narrazioni da fiction o l'epica. E noi in Italia abbiamo da un lato chi se ne fotte e continua a scrivere quello che gli pare (romanzieri quattordicenni, romanzi d'amore, romanzi sul lavoro interinale, romanzi su quanto era bello quando eravamo giovani e felici, romanzi su come la mia anima è grande perché io son un grande artista eccetera) e dall'altro lato chi si fa portavoce della grande epica e della grande fiction poi però scrive cacate. Al centro ci sono i critici che giustamente criticano la situazione ed urlano "non ci sono più i grandi scrittori, non ci sono più gli intellettuali, non ci sono più le stroncature critiche", salvo poi proporre come modelli di modernità per il "romanzo contemporaneo del duemila": A) Scrittori morti più di cinquant'anni fa; B) Scrittori morti più di centocinquant'anni fa; C) Dante; D) Sé stessi; E) I propri figli quattordicenni che scrivono teatro, poesia o narrativa con editori a pagamento.
La letteratura è una cosa seria, ma c'è chi la prende troppo sul serio e chi non la prende affatto sul serio.
Che vita di merda.
Meno male che sto ascoltando Freddie Hubbard alla tromba e mi sto ubriacando e dicendo parolacce a ripetizione. Cazzo.
C'era un dramma di Sarah Kane che s'intitolava proprio così. Ogni volta che resto sveglio fino a quest'ora mi caco sotto perché penso di stare diventando psicotico. L'unica cosa positiva è che quando sei sveglio fino a tardi smaltisci i postumi della fattanza, riesci a scrivere sulla tastiera e ti svegli la sera dopo abbastanza fresco. Il problema è che ti svegli DI SERA e quindi ricominci daccapo. In ogni caso il duetto tra Freddie Hubbard e Woody Shaw è una cosa ce la potresti risentire un miliardo di volte. Pure più di Coltrane. Quando li sento suonare mi viene voglia di piantarla col jazz.
The Complete Freddie Hubbard and Woody Shaw Sessions
15 August, 1995
C'è un'intervista appena uscita su una rivista, anche online: What's Up Magazine e c'è un saggio molto bello, a quest'altro indirizzo.
La brutta notizia è che questo blog soffre di crisi depressiva.
Sta sotto Lexotan.
Chiara Cretella è una scrittrice che ama celare il sostrato letterario e ideologico, in senso gramsciano, dietro un tessuto narrativo scorrevole quando non pop. A questa feconda unione contribuisce sicuramente la formazione avanguardistica dell’autrice – che molto ha frequentato la scrittura di Adriano Spatola e Giulia Niccolai – avvenuta nella Bologna post-tondelliana degli anni Novanta. Nel romanzo d’esordio (Gli insetti sono al di là della mia compassione, Pendragon, 2003) la protagonista Hèlen, studentessa del Dams, non si tira indietro e anzi cerca, con una furia autodistruttiva travestita da gioia, di vivere qualunque esperienza la vita le proponga, per quanto atroce essa possa essere. Centrale è ovviamente il tema del rapporto con il corpo e con l’“altro”, in questo caso impersonato dal sadico fidanzato Lucio.
Anche in questa nuova prova narrativa (Annunciazione in metropolitana, Fazi, 2007) il la alla narrazione è offerto da un incontro: la protagonista Leanna è una neolaureata in scienze politiche che vaga per le strade di Milano in cerca di un’“annunciazione”. La troverà imbattendosi nel body artist Franco, un «dandy dei nostri giorni, sessualmente ambiguo» – come lo definisce Valerio Evangelisti nella prefazione – che ama passare il tempo vagando tra lapidi e tombe dei cimiteri, parlando con i becchini. Dal loro incontro ne scaturirà un rapporto intenso, votato a una sorta di riduzione dell’umano all’organico. La chiave di lettura del romanzo è probabilmente fornita dalla lettura di una sintetica e illuminante battuta della protagonista: «“Voglio che mi tatui sulla schiena il contorno di due ali, grandi, dischiuse. Ma dentro il contorno voglio che tu ci disegni esattamente le ossa e le viscere che ci sono sotto la mia pelle”. / “Ho capito dove vuoi arrivare: vuoi sembrare un trompe-l’oeil?”. / “Bravissimo, è proprio quello che intendevo dire”. / “Come se tu fossi trasparente”. / “Come se fossi di vetro”, ho detto entusiasmandomi». L’infinita immanenza dell’individuo al Discorso, prodotta dal pensiero postmoderno, non consente di “spiccare il volo”, ma solo di alludere ad esso. In altre parole, il significato ha perso qualsiasi possibilità di esistenza e il fatto letterario sussiste solo in quanto vernissage, in quanto presentazione di significanti tronchi, di simboli vuoti, di camp (un’ostentazione così estrema da avere un appeal profondamente raffinato, secondo la definizione fornita da Ceserani). L’elemento rilevante della scena, infatti, non è tanto l’immagine delle ali, quanto il senso complessivo della trasparenza, del vuoto, della superficie.
E il romanzo della Cretella vive di questo contrasto tra l’attrazione prodotta dall’inesauribile superficie dell’esistente e la repulsione (in tutti i sensi) generata dall’affondamento nel corpo e nella carne. Non ci sono vie di mezzo: l’individuo o è corpo/materia o è immagine/vuoto. Ed entrambe le sfere risultano essere prigioni. Per evitare di amalgamarsi al mondo – lo stesso mondo vuoto a cui apparteneva suo padre, politico corrotto della vecchia Repubblica – Leanna si getta a capofitto nel corpo. E lo fa con una vocazione nemmeno tanto autodistruttiva, quanto piuttosto decadente: l’incontro casuale e poi rivelatorio con Franco è di marca decisamente scapigliata e l’autrice, d’altronde, è studiosa di Camillo Boito. Franco fungerà da vettore per accompagnare la protagonista nel suo viaggio di estraneazione dal mondo: gli esperimenti artistici su e con Leanna, alludono al rapporto tra arte e corpo sottoforma di una sorta di costrizione che è ontologica prima di essere psicologica (e qui non può non citarsi il marchese de Sade, il cui capolavoro incompiuto sui “prigionieri” di Sodoma fu scritto appunto nel chiuso di una prigione). Il corpo diventa dunque il campo di battaglia dell’identità e dell’arte stessa: un’identità già inesistente e fatta a brandelli, con i cui soli lacerti si può tentare di impiantare un discorso che esca fuori dall’ordinario, dal ronzare del continuum mediatico. Come scrive Bataille, peraltro citato a più riprese nel corso del romanzo: «l’erotismo considerato gravemente, tragicamente, rappresenta un capovolgimento totale». Il romanzo della Cretella contrappone la morbosità della carne alla virtualità del corpo, e in questo senso opera una delle due uniche scelte possibili per salvare la materialità in epoca postmoderna (l’altra è il basso-materiale corporeo in senso bachtiniano).
Ma il decadentismo di Annunciazione in metropolitana si avverte anche nelle atmosfere dark, non inquietanti, quanto piuttosto rarefatte ed evanescenti. Questo tipo di ambientazione ha il pregio di costruire una sorta di schermo tra il luogo dell’azione narrativa e il resto del mondo, rendendo sfumato tutto l’“oltre”. E questa forma narrativa accosta la Cretella ad altre scrittrici che, pur di formazione ed età diverse, costituiscono una sorta di trait d’union, quasi una “scuola”: vengono in mente innanzitutto Simona Vinci, Isabella Santacroce ed Alessandra Amitrano. Questa scrittura femminile, con tutti i connotati di genre, spesso volutamente ricercati, riesce mai quanto oggi laddove la narrativa scritta da uomini spesso fallisce.
Autarchicarcianarcocomunismo
Betotrofindigemofilizzato
Ciecamencastrasordomutamente
Si sa il braccio chi è. Ma non la mente:
defenestrò da solo l’anarchismo,
da solo fu poi lui defenestrato.
Un altro ora è in galera condannato
(ch’è stato niente braccio, pura mente).
Di poi le bombe in piazza e lo squadrismo
silente, eversionismo consenziente.
Dove lo Stato mente, altri ha pagato.
Tre giorni di spettacoli, dibattiti, letteratura, musica e il concorso di cortometraggi al 22 al 24 novembre. È la quarta edizione di «Periferie del Mondo – Periferia Immaginaria», il primo festival internazionale in progress, dedicato alla cultura audiovisiva periferica ed emergente ideato e diretto da Rosaria Désirée Klain, in collaborazione con l’associazione Gridas (Gruppo Risveglio dal Sonno). La manifestazione è divisa in varie sezioni: «Scampia, visti dagli altri», «Letteratura Marginale» e «Storie italiane». Tra gli ospiti, Angelo Petrella, Alessandra Amitrano e Nicola Lagioia che incontreranno il pubblico venerdì 23 novembre alle ore 16.00 a Scampia, presso il centro sociale Gridas.
Angelo Petrella, per l'occasione, leggerà brani dal suo nuovo - e ancora inedito - romanzo.
di Marco Ciriello
Lisbona. Le scale della metropolitana hanno il respiro dei poveri e la puzza di piscio di chi ci passa la notte. È quello il primo odore che senti, poi alzi gli occhi e leggi: “Cais do Sondré”. Il secondo è un pensiero per la vita silenziosa della città. Ti muovi con familiarità, non devi fuggire dall’istante, c’è una tranquillità per le strade mattutine che sfiora la finzione. Ha rampe che ti consegnano al mare rubandoti il fiato e vicoli che ti inchiodano al realismo delle voci sui muri: “o estado rouba, rouba ao estado”. Quando vedi un tram, vecchio, giallo, stinto, spuntare dalle spalle di un palazzo piastrellato d’umido: arrancare e presentarsi semplice e stupido alla ripetizione del suo tragitto, non puoi che sorridere della sua certezza: c’è e ci sarà ancora. Rassicurante come una preghiera. I tram attraversano ignari piazze immobili per il piacere dei turisti, sospesi in mezzo alle morbide piogge di questa città, orfani nella notte, girano per tranquillizzare. Lisbona ha un ritmo lento, per questo se li è tenuti, ha strade piene di luce e cieli trasparenti sul silenzio, spesso rotto dalla gente che urla a testa alta. In molti parlano soli. Seduti, composti, vecchi biglietti della sorte fra le mani o in tasca, fumano cattivo tabacco e puzzano di fritto i pazzi lisbonesi. Li puoi trovare seduti alle fermate dei tram o alle scale della metro, hanno tutti la faccia stanca, molti giorni di pietà in arretrato, e al pari dei tram riempiono le strade aspettando che finisca il giorno. Città tagliata col coltello, si mostra in disordine senza vergogna, sporca di cuore. Ha palazzi d’azzurro porcellana e finestre bianche, squadrate case che registrano luce e sguardi, calore, spazi stretti che diventano salite e selciati, e terrazze con panchine che ci passeresti la vita a guardare di sotto una smorfiosa cattedrale senza tetto, l’immenso spazio d’una piazza o una nave: pettine dimenticato in mezzo all’acqua. Qui si rischia la pigrizia di un sepolcro se lasci vincere l’anima. La ruggine, ombra ruffiana del tempo, accompagna i passi dei turisti. Le insegne sbiadite delle pasticcerie e le loro vetrine che sembrano strade dell’est fanno il paio con la malinconia dei giorni che s’accorciano e le facce da madonne tristi che hanno le portoghesi.
In metropolitana, invece, vedi le città da dentro, senza palazzi, solo gente e gallerie, e storie, come quella che racconta a una sua amica la donna salita a “Baixa-Chiado”. Dice di aver trovato uno che vendeva giornali d’epoca, comprato un quotidiano con la data di nascita del suo amore: quel giorno di marzo del ‘56 si annunciava la prima traversata di non so che cima della terra del fuoco. O la ragazza angolana che – prima di scendere alla fermata di “Martim Moniz” – dice alla sua vicina di posto che oggi ha fatto i conti con la polvere e le ragnatele della casa dove lavora, e quando accenna alla sua vittoria sui ragni: ride rumorosamente, davvero contenta, come se avesse sconfitto Carlo Magno. Sulle pagine de o “Público” il sociologo Antonio Barreto racconta come sono cambiati i portoghesi negli ultimi anni, e seppure in movimento siano rimasti religiosissimi e orgogliosi della propria identità ma a un livello di vita ancora molto basso rispetto alla media europea. Alla fermata “Rossio” c’è un azulejos di una donna in fuga fino a scomparire dietro la linea delle piastrelle che tutti fotografano, e accanto una immagine di un’altra donna, stropicciata, quasi avesse pagato il passaggio. Prima dell’uscita un arabo vende chincaglierie e poco più in là un cieco elegantissimo intona una nenia ogni volta che una moneta risuona nel contenitore di plastica giallognola ai suoi piedi. Alla fine della strada da un furgone verde viene fuori la voce di Amália Rodrigues che canta fado sommergendo la voce del cieco. Uscendo ad “Alameda” si spunta in un bel parco pieno di gente. C’è sole caldo e molti clochard stesi a terra. Un glabro ciccione è il padrone dell’enorme fontana che chiude il lato piccolo del parco con i suoi cavalli di pietra. Disteso, pancia all’aria, si gode la bella giornata. Poco distante un nero seduto su un mucchio di cartoni recita la parte del cattivo, urlando cose incomprensibili a quelli che corrono in tondo, chiude: un sassofonista biondo e barbuto che suona Louis Armstrong. Alla fermata successiva “Olaias”, si esce di fronte a due campi nuovi di zecca, uno di rugby: vuoto, e l’altro di calcio, pieno zeppo di ragazzini che sognano Cristiano Ronaldo. Il più bravo ha una vecchia maglietta di Saviola, calciatore argentino, promessa non mantenuta, e agli altri proprio non riesce di marcarlo. Si riparte in compagnia di giovani tedesche, super attrezzate, hanno guide e mappe e telecamere. Mentre sfilano le stazioni di: “Bela Vista”, “Chelas”, “Olivais” e Cabo Ruivo: pura periferia, si ha l’impressione che tutti filmino le stesse cose che poi finiscono su You Tube, quasi a voler giustificare che hanno vissuto, viaggiando. E osservando le ragazze tedesche: più che fotografare o filmare, sembrano intente a controllare che tutto corrisponda alle guide, perdendo quelle poche ore di gioia che un posto regala a chi gli è estraneo. C’è una pagina di Pessoa dove racconta del più grande viaggiatore conosciuto: un garzone che passava dal suo ufficio, instancabile collezionista di dépliants pubblicitari di città. Un voyeur di cartine geografiche e illustrazioni di paesi lontani. Si faceva dare dalle agenzie di viaggio le guide a nome di un ipotetico ufficio. Aveva opuscoli pubblicitari delle rotte navali dal Portogallo all’India, all’Italia, fino all’Australia. E l’aspetto che lo divertiva maggiormente era che il ragazzo conosceva esattamente per quali ferrovie si andava a Parigi o a Londra, e la sua pronuncia sbagliata di posti lontani li rendeva ancora più misteriosi e interessanti, finendo per avere un mondo tutto immaginifico e distorto dai propri desideri. Tra il garzone di Pessoa e le ragazze tedesche c’è la differenza che passa fra l’innocenza di uno sguardo bambino e la corruzione di uno adulto, non a caso Wim Wenders si poneva una questione molto simile girando “Lisbon Story”, finendo per affidarsi alla casualità dello sguardo. Quando si arriva nella nuova stazione “Oriente” opera di Santiago Calatrava, si precipita in una storia di Moebius: gli ascensori tondi e trasparenti che attraversano le arcate in cemento a vista, procurano un salto temporale per chi viene dal centro della vecchia Lisbona, piastrellata, colorata e decadente. Attraversando la stazione con la sua cresta d’osso da dinosauro, il centro commerciale e le opere di architettura di un vecchio expo, si guadagna la vista del fiume Tago. Qui c’è l’unico posto dove la città non esiste e perde completamente il suo fascino, diventando un altro mondo: l’oceanario. Però, dentro i bambini, e forse anche gli adulti, provano sentimenti in modo naturale verso una specie diversa. Ponendosi curiose domande del tipo: come è strana la vita dei pesci? che memoria hanno? c’è stato un tempo lontano che ci apparteneva? Lo scivolare nell’acqua dei pesci è amplificato fino a diventare il suono guida nell’edificio, grandi e piccoli ne seguono imparzialità e soggettività, capriole e cambi di rotta, e i loro occhietti a palla, incavati o anche introvabili, diventano oggetto di discussioni. Che poi vedere in una cosa più di quello che lei stessa vede: è non vedere nulla. L’interesse è per un piccolo, sottile, pesce zebrato dall’andatura sbilenca, e sulla gobba: riflessi dorati. Quando abbandona il suo lato dell’acquario e si abbassa fino a scomparire, sembra una navicella che affonda, portandosi via anche questo vago giorno lisbonese.
(da IL MATTINO - 19/11/07)
di Marco Ciriello
È uno dei tanti mattini sonnolenti tirati fuori dal mazzo dei giorni. Il mare è lontano da Avella, non ci sono navi da aspettare, solo la vita all’osso. Il paese è deserto, la piazza vuota. Qui vive Nicola Pugliese, scrittore di molti racconti e di un solo grande libro: Malacqua, uscito nel 1977 per Einaudi. Quattro giorni di pioggia e una città immobile. Il romanzo è il verbale di un disastro - solo annunciato; cognomi e nomi, posti precisi e avvenimenti impalpabili. A dicembre tornerà il suo nome su un libro, la raccolta di dieci brani La nave nera che sarà pubblicata dalla Compagnia dei trovatori. Pugliese ha lavorato come giornalista per «Abc», al «Roma», poi ha smesso. Baffi staliniani, doppie lenti, alto e spettinato, si presenta con un quadro in mano - visto d’ingresso della nuova vita. Dice che è figlio di Kafka, non di Magritte, gioca a scacchi con Antonio: eterno studente, fuma Pall Mall, saluta con: «w il re». È convinto che ad Avella tutto sia fermo al 1821, ma quando gli chiedo se sia monarchico come Alvaro Mutis, risponde di no, «anche se pensandoci bene sono tutti paesi avanzati quelli dove c’è ancora la monarchia». Si fosse occupato di sport, la storia sarebbe quella di Frank Bascombe, personaggio di Richard Ford raccontato in Sportswriter. La sua dote è la leggerezza. Mare feroce s’infervora furente
tra strani giuochi d’ispecchi color
limatura e cobalto.
Rumor di bombe e violenza,
sed la violenza umana
anche senz’arma perpetra paure et danni.
“Acca nun s’jèsce, accà putite sulo restà.
E guaje a vuje si ve muvite!”;
accussì parlava un vecchierel canuto
et ispido in la barba,
memore di meretrici nottate
funambolistiche arrapature et nottambule ubriacature.
Usava sior Caronte picchiare con mazza
segmentata y picchiettata cum venule
cerulee rosee rosaiche spine,
multa lividure et mulignane facebat
in su le cossie i polpacci glutèique.
Fuimus in parco su posillipinea collina,
quasi simile ad insula,
per etade nostra primigenia
et collocazione social-geographica:
nosotros filios de la borghedìa
– overo media borghesia –
(sed etiam hijos de la puta)
in Palepoli supremamente extensa.
Sicché vecchio Caronte mai concedeva
a nùje scapestrate ‘e ascì a ‘into ‘o parco:
e le nostre mütter usavan affidargli
magna blanca charta per impedirci la fuga.
Finché un dì ch’io andava fuggendo
di gente in gente,
inseguendo rumore d’elicaplani et bombe,
– sed supra toto
per evitare scapaccionata paterna
d’ira postlavorativa inveterata e recondita,
ma repente traboccata –
venni ad imbattermi dans le garage où les voitures
stationnaint.
Et in antro scuro ove come mugghiar marino
vento pareva tempesta,
in infuocati lampioni al neon, laggiù ove giunsi
(me memore misero molte mascalzonate meditai):
Caron dimonio, cu ll’uocchie strafatte ‘a tipo drogato,
se ‘nculava ‘na guaglioncella ‘e trìrece anni,
ca comme abbituata se teneva tutto in silenzio.
Orrida vista di pratiche ancestruose:
orrida repulsa sociale d’infanticidio,
orrore orribilissimo di vana etade.
Eppure scusa esso figura essere,
come condanna borghese y
rimozione forzata carri gru et
repulsione tappata in sughero nell’inconnu
(accussì ‘o vino nun se perde
e nun addiventa aceto)
per non meglio ferire
e gemere sotto tela cruentae sortis.
Esta es ella goccia qui facet
effundere vaso (sed non vasenicòla quae
in napoletano desinamus cum pizza).
Caron demonio, ‘nu poco rattuso, cacciato
a càuci ‘nculo
fu dalla villa d’eleusini misteri.
Esta es la manera en la cual
infra guerra et bicicletta,
infra pugna e pugnetta,
mia
terminò la giovinezza,
quando in April mese m’accorsi
esser primavera di bellezza.
Venerdì 19 ottobre sono stato ospite a RicercaBO, l'evento creato e diretto dai grandi del fu Gruppo 63 tra cui Nanni Balestrini, Renato Barilli e Niva Lorenzini. Ho letto Chuck Palhanhiuk (o come cazzo si scrive) a casa Petrella, un racconto che uscirà verso dicembre per un piccolo editore napoletano, in antologia. Per altre info cliccate qui. Sabato 20 invece ho partecipato al mio primo Poetry Slam e, con grande culo, ho vinto! C'erano un sacco di poeti in gamba, oltre ai miei amici Giovanna Marmo e Angelo Rossi: Enzo Mansueto, Lucio Pacifico e Maria Valente. Special guest Felice Piemontese e MC, naturalmente, Lello Voce. Qualcuno mi ha chiesto di postare i testi letti nella serata. Lo faccio volentieri, partendo dal primo: "Il dimezzare". Se volete saperne di più sullo Slam, cliccate qui.
È tutt’un dimezzar, già!, questa vita:
di palo in frasca o in brace da padella.
È uno stupirsi d’esser colti in fallo
nel pieno dell’amplesso (ahi ahi, fai piano!).
È un dimezzar di leggi e di dileggi
dove ti fanno il pacco e prendi poco
se prendi a paccheri o se pigli il pacco
(ché spacchi poco e prendi nelle pacche).
Ecco le regole di ‘sto Monopoli,
si gioca da Castellammare a Napoli.
S’inizia con la dote che dimezza
senza pagar pedaggio, per natura,
non s’incrementa e cala all’infinito
(se è vero il paradosso di Zenone
dell’immobilità del movimento).
Achille superò la tartaruga
ma si trovò ristretto all’infinito
per monito del new Rinascimento
a rigirar nel vuoto metafisico.
In fondo è tutto un vezzo, un abbassarsi,
un levitar nel fondo, un scomparire,
inabissarsi – hilarica tragœdia –
tra sprazzi, neon di luci & hic et nunc.
È tutt’a-un-tratto il dimezzar di mezzi,
rapido come il soffio del siluro
come testa mozzata che ricada
prima del taglio della ghigliottina:
fulmineo è il cambiamento ëpocale,
come il decadimento radioattivo
metamorfizza nel plutonio l’oro;
come fusione nucleare in atto
o processore a 1000 MHz;
come riforma del latifondismo
ch’espropria contadini detestati,
mezzadri di campagne spodestati
di còltrici e di manti della Terra.
È un dimezzar di mezzi e di risorse;
È un α privativo onnipresente
come un affastellarsi di *****
al posto di un’oscenità del testo;
È un 100/3 all’infinito;
L’ⁿsima potenza frazionata;
z : x = ∞ a 0.
È tutt’un gioco senza vie di fuga,
un labirinto senza Minotauro,
sicché Teseo nemmeno s’è stancato
(che già sta da 6000 anni a girare).
È un dimezzare di visioni oniriche,
di sogni indotti, di allucinazioni,
di epilessie, di farmaci e narcotici,
di metadone in dosi da scalare.
È un dimezzar di alcolici, è una gara
dove non conta più chi vuota prima
ma chi dimezza in modo più veloce.
Nel dimezzar del Mondo resta poco
per dimezzare la dimezzazione,
per rivoluzionare il lento giro
che smezza il dimezzar proprio nel mezzo.
Non c’è ricetto se provi a fuggire,
ché la destinazione è proprio il mezzo,
tra straniamenti e beckettizzazioni
finanche il fine ridiventa il mezzo.
Puoi solo abbandonarti all’incoscienza
nella coscienza etilica del mezzo
e forse consolarti a recitar:
“il dimezzar m’è dolce in questo bar”.